giovedì 13 dicembre 2012

COME USCIRE DALLA SUBALTERNITA’?



Che l’Europa (non dimentichiamo che il partito popolare è quello di maggioranza relativa e di fatto esprime il governo europeo) indichi il candidato preferito per guidare l’Italia nella prossima legislatura non mi pare una buona cosa. E’ vero, si può obiettare, è stata una riunione di partito. Ma così dicendo si nasconde che lì c’erano rappresentanti di primo piano dei governi, a cominciare dalla Merkel, che davano ben altra ufficialità alla riunione. Lo stesso sobrio tecnico vi ha partecipato in quanto capo quasi dimissionario del governo italiano (d’altra parte non è membro del parlamento europeo e neppure fa parte di uno dei partiti che concorrono alla formazione del partito popolare europeo). Nessuno ha sollevato problemi sotto questo profilo, e anche ciò non mi pare buona cosa.
Non riduce la pericolosità di un simile accaduto la considerazione che quella riunione ha ribadito la assurdità della ricandidatura della mummia, come lo definisce la grande stampa europea. Non possiamo accontentarci di così poco, né il ridicolo che ricopre la mummia in tutto il mondo civile può farci recuperare ottimismo.
E’ certo che la situazione di sottostima in cui versa il paese e che sembra legittimare un intervento sovranazionale deriva proprio dall’operare della mummia in questi diciotto anni trascorsi (ai quali vanno aggiunti, non scordiamocelo mai, quelli del maestro della mummia, il Bottino). Ma anche ciò non riduce il senso di smarrimento che può derivare dai fatti che si srotolano in questi giorni.

C’è tanto da fare, allora. E di tempo ne rimane pochissimo, se pensiamo che altri cinque anni nelle condizioni di oggi probabilmente non ce li possiamo permettere. Ciò che si muove a sinistra non va molto al di là di qualche balbettio, purtroppo. E in ogni caso non si parla mai con sufficiente chiarezza delle cose da fare. Allora, al di là dei personaggi ai quali le potremmo rivolgere come domande per verificare la loro credibilità a candidarsi, propongo qui una serie di punti che potrebbero rappresentare un programma. Con una considerazione preliminare: intorno a quel programma occorrerebbe costruire uno schieramento maggioritario, per definire il quale è del tutto prevedibile che ad alcuni punti sarebbe necessario rinunciare, altri potrebbero essere modificati, altri potrebbero essere aggiunti. Insomma, quello che succede quando non si fanno chiacchiere ma si vuole fare politica.
Ecco i punti che mi paiono, salvo errori ed omissioni, qualificanti di un programma per rinnovare le condizioni della politica e del paese.

  1. Ripristinare l’articolo 18.
  2. Garantire gli esodati e ammorbidire la tagliola Fornero sulle pensioni.
  3. Ritirare le truppe dall’Afghanistan.
  4. Sospendere l’acquisto dei cacciabombardieri.
  5. Rispettare la Costituzione, chiudendo le sedi fasciste.
  6. Introdurre il codice identificativo alfanumerico per le forze dell’ordine.
  7. Introdurre una tassa aggiuntiva del 15% sui soldi rientrati con il condono Tremonti.
  8. Stipulare l’accordo con la Svizzera per tassare le ricchezze italiane abusivamente custodite nelle banche di quel paese, come hanno fatto già altri Stati?
  9. Introdurre una patrimoniale di almeno il 5% sui patrimoni superiori a 1 milione di euro?
  10. Modificare le aliquote e gli scaglioni fiscali, introducendo un’aliquota del 45% per la quota di reddito superiore ai 200.000 euro lordi (attualmente è 43) e un’aliquota del 49% per la quota di reddito superiore ai 500.000 euro (si noti che sarebbe comunque meno di quello che facevano pagare ai ricchi i democristiani!). Calcolare bene le entrate aggiuntive e ridurre parallelamente le aliquote per quelli al di sotto dei trentamila euro.
  11. Introdurre regole e pene severe per gli evasori.
  12. Restituire allo Stato la capacità-possibilità di intervento diretto nella politica industriale del paese, nelle scelte produttive e nella gestione.
  13. Dare la cittadinanza a tutti gli umani nati nel territorio della Repubblica.
  14. Approvare una legge decente sul fine vita.
  15. Approvare le unioni civili.
  16. Fare la legge sul conflitto di interessi.
  17. Affidare la direzione del servizio pubblico televisivo ai giornalisti ed eliminare le nomine dall’alto.
  18. Ridurre il numero dei parlamentari, delle province, dei comuni (molti si possono accorpare dal punto di vista amministrativo pur senza perdere la storia e la memoria) e naturalmente dei consiglieri comunali, provinciali, regionali; ridurre stipendi e indennità; rimodellare il finanziamento pubblico con obbligo di trasparenza. E modificare la legge elettorale in senso proporzionale con sbarramento e preferenze.

martedì 30 ottobre 2012

VOTO IN SICILIA



Come di consueto, anche per le elezioni siciliane è opportuno fare due conti per cercare di capire meglio quello che sta succedendo. Scontato, e mi pare condiviso sufficientemente, lo sconforto per l’aumento vertiginoso dell’astensione, arrivata ad oltre il 52 per cento degli aventi diritto. Significa che oltre due milioni e quattrocento mila siciliani non hanno esercitato il diritto-dovere che contraddistingue le democrazie dai regimi totalitari. Scavando un po’ di più, è utile confrontare i dati con quelli delle precedenti regionali del 2008. Gli aventi diritto sono aumentati di circa 75.000 unità, come saldo attivo tra le nuove leve e un po’ di elettori, prevalentemente vecchi immagino e spero, passati a miglior vita. Ciononostante il numero dei cittadini che hanno disertato le urne rispetto al 2008 è stato di ottocentoquarantacinque mila. La percentuale dei votanti è scesa infatti di quasi venti punti, dal 66,68 al 47,43. Pazzesco! Si può subito trarre una considerazione interessante. Molti commentatori hanno detto che senza la presenza del grand hotel (5 stelle) l’astensione sarebbe stata maggiore. Ne dubito. La provincia in cui si è registrata la maggiore astensione (ha votato soltanto il 41,3%) è Caltanissetta, dove è nato il candidato grillino e dove aveva sede lo stato maggiore del comitato organizzatore. Non voglio dire che è perché lo conoscevano. (Invito invece i nisseni a protestare con Microsoft, perché word segna errore sia per Caltanissetta che per nisseni!).


Il movimento di Grillo conquista il primo posto nei voti dati alle formazioni politiche con il 14,7%, ben 13 punti percentuali in più rispetto al 2008. Va subito evidenziato che il candidato nisseno ottiene il 18,1%, quindi 3,4 punti in più del partito che lo sostiene. E’ l’effetto del voto disgiunto, che rimescola le carte, perché è possibile votare per un presidente e per una lista che ne sostiene uno diverso. Acrobazie della democrazia! Occorre notare tuttavia un dato: differenze di un certo rilievo fra le percentuali dei candidati e la somma di quelle raccolte dalle liste che li sostengono si registrano solo nel caso di Miccichè (4,7 punti in meno rispetto alle liste) e Musumeci (candidato berlusconiano, che ottiene 1,3 punti percentuali in più), oltre naturalmente al Cancellieri movimentista, che come abbiamo appena ricordato vede invece aumentare notevolmente la propria percentuale. Tutto può succedere nel tourbillon del voto disgiunto, ma è singolare che Cancellieri aumenta mentre un candidato della destra vede diminuire le proprie preferenze. Un caso o una scelta consapevole degli elettori di destra? Ai posteri l’ardua sentenza! Per non essere accusato di parzialità ricordo che anche Giovanna Marano perde un 0,5% rispetto alle liste che la sostenevano (IDV e lista Fava, nella quale erano confluiti SEL, FdS e Verdi) e che l’unico a non aver sofferto del voto disgiunto è Crocetta: solo lo 0,01% in meno (cioè niente) rispetto alle percentuali delle liste che lo sostenevano: PD, UDC e lista del presidente.
Va inoltre segnalata l’ulteriore sconfitta della sinistra, quella che potremmo definire, riandando con la memoria a una delle tante disillusioni, Arcobaleno: l’1,8% in meno, dal 4,8 al 3 per cento, cioè niente, e con l’esclusione ancora una volta dalla assemblea regionale: era necessario infatti superare la soglia del 5%. Particolare curioso: l’unica formazione politica, se così si può dire, che supera la percentuale del 2008 è, insieme al grand hotel ma con un incremento assai più contenuto, l’IDV, che guadagna l’1.7%, più o meno quello perso dall’Arcobaleno, insieme al quale sosteneva la candidata che ha sostituito Fava, escluso poco prima del voto per non essere residente nell’isola. Si potrebbe dire che l’IDV è stato graziato dal fatto che la puntata di Report è andata in onda a urne chiuse! Ma questa rischia di essere antipolitica.
A tal proposito vorrei ricordare, come invito alla speranza, le parole di una bellissima canzone di Francesco De Gregori, composta quasi trent’anni fa, La storia. Dice così: E poi ti dicono "Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera". Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.
Credo stia succedendo proprio questo dramma.

martedì 16 ottobre 2012

GOVERNO DI BANCHIERI



Ancora una volta questi banchieri osceni chiamati tecnici non si sono smentiti. Avete fatto un po’ di conti sulla ventilata riduzione dell’IRPEF a favore dei più deboli? Già, perché è con questi termini che i banchieri osceni e chi li appoggia, incuranti del ridicolo o fiduciosi nel fatto che il popolo non sa far di conto, hanno commentato la proposta. Ebbene, ecco i conti.
Con la riduzione di un punto della prima aliquota attuale, cioè dal 23 al 22 per cento, e sempre di un punto della seconda aliquota, cioè dal 27 al 26 per cento, succede questo (tenendo conto ovviamente dei vari scaglioni sui quali si applica la aliquota). Chi ha un reddito annuo lordo di 15.000 euro, cioè poco meno di 1000 euro netti al mese per 12 mesi, risparmia 150 euro all’anno, cioè 12,5 euro al mese. Chi ha un lordo di 28.000 euro annui, cioè 1750 euro al mese, sempre per 12 mesi, risparmia 280 euro all’anno, cioè 23,3 euro al mese. Ma lo stesso risparmio lo realizzano anche quelli che guadagnano molto di più, anche lo psiconano, tanto per citarne uno, e naturalmente anche tutti i banchieri chiamati inopinatamente tecnici.

Allora, sarebbe bastato, dopo la riduzione di un punto delle aliquote più basse, aumentare di un punto le aliquote più alte, ad esempio quella sopra i 55.000 euro lordi (da 41 a 42 per cento) e quella sopra i 75.000 euro lordi (da 43 a 44 per cento). Quali sarebbero stati i risultati di una simile operazione? Eccoli.


Chi ha un reddito lordo di 75.000 euro annui (più di 4.000 euro al mese, quindi) avrebbe ancora un piccolo guadagno, di 80 euro all’anno, insomma qualche caffè all’anno anche per lui, tenendo conto che più di quattromila euro al mese non sono proprio il salario di un precario. Invece chi ha un reddito, poniamo, di 150.000 euro lordi, cioè una bazzecola di 7.695 euro al mese, finirebbe col pagare in più solo 670 euro all’anno, cioè 56 euro al mese. Insomma, non dovrebbe fare la fila alla Caritas!
Ovvio che gli osceni banchieri soprannominati tecnici, chi li appoggia indecorosamente, lo psiconano e un po’ di diportisti che a Genova, mentre diminuiscono i visitatori del salone nautico, non fanno calare le vendite, ci sarebbero rimasti male. Ma una misura come quella, dal momento che non sono affatto pochi quelli che si mettono in tasca redditi ben superiori ai 150.000 euro lordi, avrebbe aiutato a coprire gran parte del costo derivante dalla riduzione delle aliquote sui redditi bassi e medi.

Ma quella misura avrebbe rappresentato per la prima volta da quando gli osceni banchieri governano il paese una scelta di equità, quindi di sinistra (anzi, comunista, avrebbero subito sbraitato gli squallidi corifei montian-passerani), coprendosi anche di ridicolo, perché sarebbe stata una scelta perfettamente in linea con la Costituzione che di equità e di giustizia sociale parla e sancisce a più riprese. Già, ma anche quella è “di sinistra” e infatti vogliono abrogarla proprio nelle sue parti più in linea con la democrazia e la dignità.

martedì 2 ottobre 2012

DIAZ: DISCREDITO SULLA NAZIONE



Le motivazioni della sentenza della Cassazione sulla macelleria messicana alla scuola Diaz vanno ben oltre la stessa condanna. Erano state molte le critiche per le riduzioni di pena, le prescrizioni intervenute, il guanto di velluto usato nei confronti dei massimi responsabili di quella vergogna. Critiche che, a parer mio, non coglievano il fatto in sé straordinario di quella condanna: in primo luogo, avere colpito, forse per la prima volta in Italia, un vero e proprio gotha della polizia, gli alti dirigenti, divenuti ancora più alti rispetto alla data dei crimini commessi perché tutti promossi; in secondo luogo, averli estromessi per cinque anni dai pubblici uffici.
Ebbene le motivazioni vanno oltre. E’ scritto:
- la “consapevole preordinazione di un falso quadro accusatorio ai danni degli arrestati”;
- “l’odiosità del comportamento” di tutti gli alti responsabili, cioè di chi “in posizione di comando a diversi livelli come i funzionari, una volta preso atto che l’esito della perquisizione si era risolto nell’ingiustificabile massacro dei residenti nella scuola, invece di isolare ed emarginare i violenti denunciandoli, e di rimettere in libertà gli arrestati, avevano scelto di persistere negli arresti creando una serie di false circostanze”;
- i poliziotti “si erano scagliati sui presenti, sia che dormissero, sia che stessero immobili con le mani alzate, colpendo tutti con i manganelli (detti “tonfa”) e con calci e pugni, sordi alle invocazioni di non violenza provenienti dalle vittime, alcune con i documenti in mano, pure insultate al grido di bastardi”;
- “il sistematico ed ingiustificato uso della forza”.
Tutto ciò ha “gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”.
Ce n’è anche per l’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega ai servizi, l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, che, è scritto, esortò ad eseguire gli arresti. L’esortazione rivolta dal capo della polizia (a seguito dei gravissimi episodi di devastazione e saccheggio cui la città di Genova era stata sottoposta) ad eseguire arresti, “anche per riscattare l’immagine della polizia dalle accuse di inerzia, ha finito con l’avere il sopravvento rispetto alla verifica del buon esito della perquisizione stessa”. Insomma, sembra quasi che venga messa in discussione la recente sentenza della Cassazione che aveva prosciolto De Gennaro da un’accusa di istigazione alla falsa testimonianza sempre relativa ai fatti della Diaz.
Un'altra riga delle motivazioni merita sottolineatura: l’irruzione alla Diaz fu condotta con “caratteristiche denotanti un assetto militare”. Certo, ma non solo l’irruzione alla Diaz: gran parte delle violenze praticate sui manifestanti dagli agenti in servizio “denotavano” un assetto militare. Lo aveva detto a chiare lettere l’allora tenente dei carabinieri Nicola Mirante, facente parte del gruppo di comando che ha operato in piazza Alimonda, durante la sua testimonianza al processo a carico dei venticinque manifestanti: “guerra e ordine pubblico sono la stessa cosa, cambiano solo gli strumenti dell’offesa”.


Discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero, scrive la Cassazione. Perfetto. E quelle centinaia di carabinieri che la sera del 20 luglio, acquartierati negli spazi della Fiera di Genova, cantano “faccetta nera”, gridano “morte sua vita mia”, “uno due tre, viva Pinochet”, “quattro cinque sei, morte agli ebrei”, “sette otto nove, il negretto non commuove” hanno forse contribuito al credito dell’Italia? Non è stato aperto un solo procedimento per accadimenti genovesi nei quali fossero implicati carabinieri. E quando l’impunità copre a prescindere comportamenti delinquenziali di appartenenti all’Arma c’è il rischio che a soffrirne non sia solo il credito del Paese ma anche ciò che resta della sua dignità democratica.

domenica 16 settembre 2012

DI SINISTRA



Qualche giorno fa la Federazione della sinistra, SEL, Verdi e IdV hanno lanciato il referendum per la reintroduzione dell’articolo 18 in difesa del diritto del lavoro. Ottima cosa. Il valore di questa iniziativa è soprattutto politico: significa che è possibile unire forze diverse intorno a un obiettivo che è sicuramente DI SINISTRA (a dimostrarlo basterebbero le dichiarazioni di Sacconi, Sgarbi, Santanchè e via vomitando, alle quali si sono aggiunti i deliri di Monti sulla responsabilità della crisi attribuita alle garanzie costituzionali dei lavoratori e il silenzio di Grillo).
L’iniziativa nazionale non ha avuto a livello locale l’eco e lo spazio che meriterebbe, perché è sempre molto difficile superare divisioni, beghe, litigi, incomprensioni che caratterizzano i gruppetti dirigenti. E anche perché, in qualche caso, i dirigenti di quelle formazioni a livello locale è proprio impossibile definirli “di sinistra”. Tuttavia, qualcosa occorre fare, e provo a proporla.

Penso che quella decisione possa e debba costituire un importante punto di partenza, proprio perché è DI SINISTRA. E lo è perché tutta la vicenda che ha accompagnato gli attacchi forsennati allo Statuto dei lavoratori, dalla cosiddetta legge Biagi alla cosiddetta riforma Fornero, ha rappresentato il fulcro dell’azione della DESTRA, di governo e del paese. E’ stata la cartina di tornasole per ridefinire gli spazi della politica, la SINISTRA e la DESTRA, contro tutte le sciocchezze che si sono dette a sproposito: “destra e sinistra non esistono più”, “sono tutti uguali” e via delirando o grillando.

Sopra quella pietra occorre metterne qualcun’altra. Patrimoniale per le grandi ricchezze; tassazione delle rendite finanziarie (in rapporto al reddito complessivo più che alla rendita in quanto tale); controllo sulle attività borsistiche e speculative; banche pubbliche che riducano fortemente lo strapotere delle banche private.
E soprattutto una politica industriale fondata sulla ricostruzione di grandi imprese pubbliche.
Quest’ultima è forse, oggi, la questione decisiva. I grandi gruppi privati, interessati esclusivamente all’arricchimento finanziario e per nulla al cosa e al come produrre (Marchionne insegna), non risolveranno nulla ma provocheranno solo ulteriori distruzioni del patrimonio industriale e lavorativo del Paese.
Questi contenuti vanno riportati in mezzo alla gente in carne ed ossa, devono costituire la rifondazione della politica, offrire prospettive. Essere la proposta concreta del che cosa fare, per mettere in secondo piano ogni discorso ideologico di parte capace solo, oggi, di produrre divisioni.
Per ottenere qualche risultato credo sia necessario ripartire dalla disponibilità delle persone, per superare la sfiducia crescente che colpisce, a torto o a ragione, i gruppi dirigenti dei partiti. Un gruppo può forse servire a questo scopo.

Viste le esperienze precedenti, apro questo gruppo DI SINISTRA “chiuso”, e invito chi si considera d’accordo a chiedere l’iscrizione. Proviamoci ancora.

sabato 14 luglio 2012

UNA SENTENZA DAVVERO BRUTTA



A botta calda, e in attesa di conoscerne i dettagli, qualche riflessione sulla sentenza della Cassazione relativa ai dieci manifestanti del G8.
Con un’ovvia premessa: questa. Considero che una delle frasi più strabilianti che in queste occasioni viene stucchevolmente riproposta è: “le sentenze non si commentano”. E perché mai non si potrebbero commentare? Le sentenze, quando sono definitive, agiscono comunque, siano esse considerate espressione di democrazia o conseguenza di un potere autoritario dello Stato. Commentarle può semmai servire a cercare di capire il funzionamento della giustizia, i limiti che si possono intravedere, per poter lavorare sul piano legislativo, per mettere mano alle necessarie riforme, quelle davvero necessarie, naturalmente.
E allora la prima riflessione è: come è possibile che sia rimasta in piedi l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio? Una norma fascista (codice Rocco) vergognosamente presente nell’ordinamento e, per fortuna, raramente utilizzata nelle aule dei tribunali. Cioè: dieci persone, che manco si conoscevano, si associano per devastare e saccheggiare. Assolutamente incredibile. Il permanere di quest’accusa insensata ha fatto sì che le riduzioni di pena per il decadere di altre contestazioni siano davvero insignificanti: qualche mese a fronte di condanne in anni a due cifre.

Seconda riflessione. Alla fine, cinque persone (gli altri cinque pare che dovranno tornare in Appello per rivalutare le attenuanti) vanno in galera subito perché ritenute responsabili di quello che è successo a Genova. Cioè, cinque persone devastano e saccheggiano irridendo l’attenta e meticolosa sorveglianza di sedicimila tutori dell’ordine (tanti erano a Genova, fra carabinieri, poliziotti, finanzieri, guardie penitenziarie, addetti alle batterie missilistiche e incursori della marina, questi ultimi, per la verità, a protezione degli otto cosiddetti grandi dai possibili attacchi dei no-global con sottomarini atomici!). Siamo ben oltre il ridicolo, se non fosse grave per quei cinque e per gli altri cinque.
Terza riflessione. Cinque subito in galera, per gli altri si vedrà. Per quale reato, in sostanza? Danni a cose. Per la Diaz, ancorché importante la destituzione di alcuni notabili, nessuna condanna per danni alle persone. Dalle due sentenze non può non discendere l’amara considerazione che la vita umana vale poco, quasi niente in confronto a quanto si ritiene che valga la proprietà. È così anche per la mafia. Che schifo. Intendiamoci: rompere una vetrina, un bancomat, o incendiare un’automobile sono indubbiamente reati e come tali vanno perseguiti e puniti. Con pene equilibrate, per quanto severe, commisurate al danno arrecato e, anche, al rapporto con pene emesse in ben altri contesti. Ricordo che la maggior pena erogata in appello a un manifestante (15 anni) superava di un anno la somma delle pene comminate ai quattro poliziotti delinquenti che hanno ucciso Federico Aldrovandi (3 anni e mezzo a testa fanno in tutto 14 anni).
Quarta riflessione. Ma è possibile che, a proposito delle devastazioni, a nessun pubblico ministero sia venuto o venga in mente di procedere all’esame delle responsabilità di alti ufficiali e alti funzionari che, perfettamente a conoscenza delle scorribande dei black bloc nella mattinata di venerdì 20 luglio 2001, dalle undici e mezza alle due, non fanno assolutamente nulla per fermarli? Che non si consideri strano che non ne sia stato fermato neppure uno? Che non abbiano ascoltato con la necessaria attenzione le telefonate intercorse tra alti ufficiali che commentano con sarcasmo il fatto che i black bloc “per ora si stanno armando in piazza Paolo da Novi, ma non è zona rossa”? Che non abbiano verificato che in quella stessa piazza è presente un’intera compagnia di carabinieri che non interviene, salvo poi cominciare a picchiare i Cobas che con i black bloc non hanno nulla da spartire? Inefficienza o complicità? Meglio non cercare grane, meglio rispolverare un articolo del codice Rocco!
E poi ci sono sempre l’assassinio di Carlo e le violenze sul suo corpo. Ma siamo testardi, cercheremo comunque di ottenere almeno un processo, un dibattimento pubblico, contro una della tante vergogne del luglio genovese, l’archiviazione. E lo rivendicheremo ancora una volta in piazza Alimonda il 20 luglio.

giovedì 5 luglio 2012

DIAZ: CONDANNATI I MACELLAI


Di questi tempi sono poche le occasioni nelle quali sembra di vivere in un Paese normale. Questa è davvero una di quelle: la Cassazione ha confermato la sentenza d’appello per la macelleria e gli imbrogli praticati alla scuola Diaz la sera del 21 luglio 2001. Nessuno andrà in galera (non sono mica immigrati o tossici), godranno tutti delle porcherie legislative (tempi e prescrizioni) introdotte dalla maggioranza berlusconiana a tutto vantaggio del suo capo. Ma la conferma avrà una conseguenza significativa: i massimi responsabili (divenuti tali perché addirittura promossi in questi anni) dei più importanti servizi nazionali della polizia saranno esclusi per cinque anni dalle loro funzioni. Insomma, sembra che, per questa volta, Roma stia nelle vicinanze di Berlino!


Certo, una sentenza non risolve tutti i gravi problemi che i tragici avvenimenti del luglio genovese hanno sollevato, e che sono in gran parte rimasti senza risposta. E’ persino ovvio che io rivolga il mio pensiero all’omicidio di Carlo, restato persino senza un processo a causa di una indecorosa archiviazione che assunse l’imbroglio dello sparo per aria e della deviazione del proiettile da parte di un calcinaccio (sì un imbroglio indecoroso, perché i magistrati che chiesero e decisero l’archiviazione non si curarono neppure di vedere il filmato che mostra la pistola assolutamente parallela al suolo e puntata in direzione di Carlo). E’ persino ovvio che faremo tutto quello che l’ordinamento prevede per ottenere almeno un dibattimento pubblico per dimostrare quale è la verità che l’archiviazione si è proposta di cancellare.
Ma ci sono anche problemi di carattere generale che dovrebbero trovare risposte convincenti. C’è stato un degrado nella conduzione dell’ordine pubblico, che ha assunto sempre più soltanto la risposta repressiva dimenticando del tutto la funzione preventiva e dissuasiva. E ciò ha contribuito a creare in reparti delle forze dell’ordine una aberrante tendenza all’abuso della forza sostenuto dalla convinzione, continuamente affermata, della impunità. Si è tornati molto indietro rispetto alla grande riforma dell’81. Può contribuire a questo stato di cose il fatto che, in operazioni di ordine pubblico, è costantemente impiegata una forza militare. Tale infatti è l’arma dei carabinieri, dopo l’incredibile nomina dalemiana a quarta forza armata. Che in ordine pubblico dovrebbe agire sempre sotto la guida di un funzionario di PS, cosa che spesso non succede (come è accaduto in diverse circostanze a Genova, ad esempio).
E c’è la questione generale del principio di responsabilità. Testi classici, autorevoli commentatori, lessici disciplinari sollecitano a pensare che la responsabilità stia sempre in alto e che dall’alto, per li rivoli, discenda verso il basso. Quando mi chiedono a chi attribuisco la responsabilità dell’omicidio di Carlo indico nell’ordine: Fini, che dirigeva politicamente l’operazione, il capo della polizia, gli ufficiali presenti in piazza Alimonda e da ultimo (ammesso che sia stato davvero lui a sparare) il giovane carabiniere (peraltro rinviato a giudizio qualche giorno fa per violenze sessuali su una ragazzina). Con questa regola, uno dei principali responsabili di quanto accaduto a Genova non può non essere Gianni De Gennaro. Nel pomeriggio di sabato 21 luglio arrivò a Genova il prefetto La Barbera, numero due della polizia, che esautorò di fatto tutto lo staff e diresse personalmente l’operazione Diaz (quando si rese conto di quanto stava accadendo, prese una macchina e andò via precipitosamente, forse per evitare che il suo grande curriculum di poliziotto antimafia potesse essere macchiato). La Barbera morì l’anno successivo, e quindi non potè partecipare alle udienze delle varie fasi del processo. Ma è pensabile che il capo della polizia non sapesse che cosa veniva a fare a Genova il suo numero due? Che non fosse dell’avviso che si dovesse recuperare un po’ di credibilità dopo lo sfacelo nella conduzione dell’ordine pubblico e che quindi si dovessero arrestare (dopo averli massacrati) quei 93 terribili organizzatori dei disastri che dormivano nella scuola? Che non si dovesse recuperare lo choc procurato dall’omicidio di Carlo? De Gennaro è stato di recente assolto in Cassazione dopo la condanna in Appello per l’accusa di concussione che avrebbe operato nei confronti di un questore perché testimoniasse a suo favore (“il capo non sapeva niente”). Ha avuto promozioni successive, prima direttore del ministero degli interni, poi capo di tutti i servizi segreti unificati. L’ultima, quanto meno singolare: Monti lo ha nominato (mi permetterei di aggiungere, inopinatamente) sottosegretario agli interni. Fra i suoi compiti ci sarà anche quello di proporre, o nominare, chi dovrà sostituire gli interdetti. Non è un compito da poco!
Fra qualche giorno la Cassazione si occuperà del processo a venticinque manifestanti, di fatto una decina, dal momento che l’appello ha assolto o risolto con pene minime cadute in prescrizione (per una volta a vantaggio dei deboli, quindi) le accuse degli altri (e la motivazione è stata che avevano risposto a cariche violente, indiscriminate e immotivate dei reparti dei carabinieri). L’accusa è pesante: associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio (codice Rocco). Pesantissime le condanne, uno di essi addirittura a quindici anni (una pena che da noi si commina raramente per un omicidio). Mi auguro che la Cassazione attenui molto le condanne e soprattutto elimini quell’accusa insostenibile, fino al rischio del ridicolo: dieci manifestanti responsabili di tutto quello che è successo a Genova nel 2001!

mercoledì 6 giugno 2012

NEI SECOLI (quasi sempre) FEDELI


Mi è capitato di ascoltare su RAI News un brano del discorso con cui il ministro della difesa ha salutato i carabinieri in occasione del centonovantottesimo dell’arma. Il ministro è un ammiraglio. Il fatto di non essere un tecnico non gli ha probabilmente consentito di essere, come è recente consuetudine, sobrio. Non gli è valsa neppure la presenza, sul palco delle autorità, del presidente del consiglio e del presidente della repubblica, assidui praticanti della sobrietà e quindi sobriamente attenti alla scorrevole oratoria del ministro.
Nessuna sobrietà, quindi, ma elogi e riconoscimenti elargiti con dovizia persino eccessiva. Tanta che, sul finire del saluto, il ministro non ha potuto trattenersi dal ricordare un recente episodio accadutogli durante una visita al contingente di stanza in Afghanistan e che testimonia la capacità che contraddistingue il tuscania là impegnato. “Sono stati in grado di recuperare per me, a mezzanotte, una torta alla crema!”, ha detto il ministro senza riuscire a contenere l’emozione (per altro condivisa dalle autorità del palco, prontamente inquadrate).

Beh, che dire. Certo, fra lo stuprare bambine in Somalia come nel 1994; l’inseguire manifestanti con i carri, abbattere cancelli e cantare “faccetta nera” la sera del 20 luglio 2001 per festeggiare l’uccisione di un pericoloso nemico; e reperire a mezzanotte una torta alla crema nelle lande dell’Afghanistan, non v’è dubbio che sia da preferire quest’ultima attività, alla quale il ministro potrebbe indirizzare anche altri reparti dell’arma e qualche reparto speciale della polizia, avvalendosi per questa seconda finalità del contributo di conoscenze e di entrature dell’ultimo sottosegretario chiamato a far parte dell’esecutivo, anch’egli difficilmente catalogabile come tecnico sobrio. Torte di crema a parte, il ministro ha voluto ricordare che gli uomini dell’arma sono “sempre dalla parte della legge, sempre dalla parte del giusto”.
Vogliamo pensare e credere, soprattutto sperare, che ciò valga per la gran parte dei carabinieri. Ma, malignamente, vorremmo anche ricordare al ministro che, qua e là, ci sono, come dire, dei nei che offuscano la lucentezza della carnagione. Basta ricordare i comportamenti indegni che a volte vengono tenuti nelle caserme in caso di fermo, e che, sempre a volte ovviamente, si concludono con la morte del fermato (in questo caso, signor ministro, si dovrebbe sempre parlare di uccisione, e quindi di assassinio, dato l’abisso di potere esistente fra vittima e carnefici). O anche le condanne che, a volte ovviamente, gettano, anche in assenza di giudizio definitivo, qualche ombra sulla credibilità dell’istituzione. Come è il caso della condanna in primo grado a 14 anni di carcere inflitta il 12 luglio 2010 dal tribunale di Milano al generale di divisione capo dei ros (reparti operativi speciali), per traffico internazionale di droga in operazioni sotto copertura.
Sembra opportuno ricordare al ministro che troppo spesso, quasi sempre, il tutto avviene con la complicità degli apparati, la responsabilità degli alti gradi, una intollerabile coperta di impunità e di impunibilità. Cose gravissime proprio ricordando le parole con le quali si è conclusa l’omelia rivolta alla rappresentanza di carabinieri in ascolto: “Voi siete lo stato, siete il simbolo dello stato”. Anche in questo caso, l’iniziale minuscola è d’obbligo.

venerdì 25 maggio 2012

L’IMBROGLIO DEI MERCATI (e dell’informazione)



Fra i giornali che si stampano in Italia la Repubblica non è certo il peggiore, però non può certo sottrarsi agli interessi del suo editore, che quanto a finanza non scherza. Così, giovedì scorso, titolo di prima pagina: “Crollano le borse”.


Ohibò, non è la prima volta. E allora andiamo a vedere nel merito, come sempre con i numeri, abbiate pazienza. Listini della Borsa di Milano di lunedì 21, martedì 22 e mercoledì 23, il giorno del crollo. Prendiamo qualche titolo: Benetton 4.586, 4.600, 4.582; Carige 0,657, 0.740, 0,705; Eni 15.370, 15.900, 15.340; FIAT 3,638, 3,870, 3,878; Generali 8,565, 8.875, 8,490; Impregilo (quella del ponte sullo stretto) 2,978, 3,156, 3,018; Mediobanca 2,986, 3,100, 2,960; Monte dei Paschi 0,216, 0,230, 0,213; Intesa San Paolo 1,024, 1,071, 1,024; Unicredit 2,478, 2,620, 2,536. Insomma, titoli che, dopo il rialzo di martedì, ritornano praticamente ai valori di lunedì, in alcuni casi superandoli. E’ da notare che nessun giornale - quindi neanche Repubblica - riportando mercoledì i valori borsistici di martedì avevano titolato “Boom della borsa”, neppure un timido “Lieve recupero”, come usano fare quando gli affari dei finanzieri e dei banchieri di riferimento vanno benissimo.

La questione davvero seria è che l’andamento delle borse viene assunto come prova della “fiducia” o “sfiducia” dei mercati. Ci si dimentica che, sostanzialmente, in Borsa si gioca, eufemismo per dire che si specula, e che si compra e si vende determinando con il più semplice effetto dell’incontro tra domanda e offerta il valore in quel momento del titolo, molto spesso senza nessun riferimento al valore reale dell’impresa che rappresenta (è palese il caso FIAT: nonostante i disastri e la macelleria umana di Marchionne è cresciuto anche giovedì, arrivando 4,048: ma forse è proprio per la macelleria umana che i cosiddetti mercati lo premiano). Va tenuto presente che spesso, a riprova della sostanziale logica speculativa, si vende senza possedere realmente i titoli, per far abbassare il valore e comprarli a una quota inferiore (poi ci sarebbero regole per impedirlo, ma vai ad applicarle!).
In queste operazioni girano quantità incredibili di denaro, miliardi di euro: tant’è che quando c’è un calo del valore dei titoli sui giornali scrivono a tutta pagina “Bruciati centinaia di miliardi di euro”, e si guardano bene dal dire che il giorno dopo, quando il valore risale, si sono ricomposte le ceneri.
E allora un rimedio ci sarebbe per dire basta a questi giocatori d’azzardo, a questi speculatori, a questi affamatori delle imprese oneste (qualcuna ce n’è), a questi infingardi sfruttatori della buona fede altrui: ridurre le pensioni sociali, licenziare un po’ di tempi indeterminati, aumentare la precarietà. Insomma, impedire che pensionati al minimo, precari, disoccupati e cassintegrati continuino a giocare in borsa, rovinandoci la tranquillità e mettendo a rischio la solidità del paese e dei mercati!

lunedì 21 maggio 2012

MARCO DORIA È SINDACO


Meno male che ogni tanto accade qualcosa che ti permette di respirare: Marco Doria ha vinto senza problemi il ballottaggio e farà il sindaco di Genova.


Ciò detto cerco di ragionare ancora una volta sui numeri.       

ASTENSIONE Certamente raggiunge a Genova un dato molto alto: il 61%. Ciò significa che al ballottaggio hanno votato soltanto 196.894 elettori degli oltre 500 mila aventi diritto. Ovviamente non esiste alcun problema di legittimità del voto, come sembra adombrare il perdente Musso. In ogni caso al primo turno (dove votò il 55% degli aventi diritto) le liste che sostengono Doria ebbero più del 50 per cento dei voti espressi. Può essere interessante leggere attentamente questi dati sull’astensione. Al primo turno i voti validamente espressi furono 263.849, al ballottaggio sono stati 191.329, quindi 72.520 in meno. Sommando i voti raccolti al primo turno dai candidati delle 5 stelle, della lega e delle liste fantasiose si ha un totale di 63.315. E’ assai probabile che questi elettori si siano ben guardati dall’andare a votare al ballottaggio, secondo un concetto assolutamente personalistico della democrazia: se non ci sono io, non voto!

VOTI ESPRESSI Al primo turno Doria aveva totalizzato 127.477 consensi, Musso 39.589. Al ballottaggio Doria raccoglie 114.245 voti (quindi 13.232 in meno), Musso 77.084 (quindi 37.495 in più). Ma al primo turno il candidato ultraperdente del PdL aveva totalizzato 33.468 voti, ed è assai probabile che abbiano fatto confluire il loro inutile voto sul candidato più vicino alla destra. Se fosse andata così (ed è quasi certo), Musso avrebbe raccolto altri 4.027 voti (i 37.495 di aumento meno i 33.468 del candidato del predellino).
E qui l’aritmetica fa fare un sussulto: la differenza tra gli astensionisti che si sono aggiunti e i voti raccolti al primo turno dalle stelle, dai leghisti e dai fantasiosi (cioè 72.520 meno 63.315) è 9.205. Perché il sussulto? Perché se dai 13.232 voti persi da Doria tra il primo e il secondo turno sottraiamo proprio questi 9.205 voti (immaginando che siano elettori pigri del centrosinistra che in occasione del ballottaggio avevano altro da fare) il risultato fa proprio 4.027! Cioè i voti che una parte dell’elettorato di Doria regala a Musso. Viste le sofferenze che il maggior partito della coalizione di centrosinistra ha patito nelle primarie, non è difficile pensare che questo sia stato un altro regalino che la parte destrorsa del PD ha voluto offrire, dopo quello già elargito al primo turno, al candidato del terzo polo.

Chiuso con l’aritmetica, non resta che augurare sinceramente buon lavoro al nuovo sindaco di Genova.

venerdì 11 maggio 2012

UNA ANALISI DEL VOTO DI GENOVA


Come era nelle previsioni più pessimistiche, a Genova Marco Doria va al ballottaggio con un margine di 33 punti percentuali sul candidato del terzo polo, che in base alle dichiarazioni di Casini è sotto le macerie. Non dovrebbero proprio esserci problemi, a meno che non si moltiplichino i giochi inconfessabili di una parte del PD e non aumenti la corsa al suicidio della sinistra oggi extraparlamentare.
Avendo sottomano i risultati definitivi è possibile avanzare qualche considerazione sul voto del primo turno. A Genova si è votato anche per i nove municipi nei quali è divisa la città e i confronti sono di una certa utilità, così come lo sono quelli con le precedenti elezioni, in particolare quelle regionali del 2010. 


Un primo dato singolare è che nei municipi il numero delle schede bianche e nulle è quasi doppio di quelle per l’elezione del sindaco. Singolare, perché, almeno apparentemente, i candidati delle varie liste dovrebbero essere più vicini all’elettore, e in ogni caso anche nei municipi non mancavano alcune liste stravaganti che avevano portato nel Comune al totale complessivo di venticinque! Questa ipotesi non regge. Il dato certo è che il numero così elevato di bianche e nulle va riferito in buona parte al fatto che il “grand hotel” (con riferimento alle cinque stelle dei grillini) era presente solo in tre dei nove municipi, e ha raccolto molto meno della metà dei voti registrati nel comune: 14.109 voti rispetto ai 36.579 che sono andati al loro candidato sindaco. In buona sostanza, può essere una prima lettura delle oltre 11 mila schede bianche e nulle in più nei municipi (anche se mancano all’appello gli altri 11 mila voti).
In generale, i candidati sindaci (persino quelli delle liste stravaganti) prendono nelle elezioni per il Comune più voti delle liste ad essi collegate. Particolarmente rilevante la differenza per quello che riguarda il concorrente di Doria al ballottaggio, tale Musso, senatore nominato da Berlusconi e poi approdato al terzo polo, già battuto da Marta Vincenzi al primo turno nelle precedenti elezioni: si tratta di quasi 11 mila voti, che si riducono a quasi 6 mila se si confronta il dato con la lista presente nei nove municipi.
Come candidato sindaco Doria raccoglie 127.477 voti, 10 mila in più rispetto alla coalizione (117.254); ma se il confronto viene fatto con i voti di lista raccolti nei nove municipi (142.717) si desume che Doria ne ha avuti 15 mila in meno e la coalizione addirittura 25 mila in meno. Altri dati interessanti riguardano le differenze fra i nove municipi e il Comune per le liste della coalizione (ricordiamo, una coalizione di centro sinistra “prodiano”, non foto di Vasto quindi, ma con la presenza della Federazione della sinistra). Tutte indistintamente riducono il numero dei voti: il PD perde oltre 22 mila voti, quasi un terzo; l’IDV 10 mila, quasi la metà; SEL addirittura più di 14 mila, quasi il 60%; la FdS oltre 5 mila, la metà esatta. Sicuramente una parte di questi voti volatili sono confluiti nella lista direttamente collegata a Marco Doria, che raccoglie oltre 26 mila  voti, ma dove sono finiti tutti quelli mancanti all’appello (e sono 15 mila voti, cioè i 25 mila in meno delle liste ai quali vanno sottratti i 10 mila in più che Doria raccoglie come sindaco rispetto alla coalizione)? Si possono fare alcune ipotesi: certamente una parte considerevole (o forse tutti) i voti di SEL finiscono nella lista di Doria (SEL ha sponsorizzato Doria molto più di tutti gli altri); è probabile che identica fine abbiano fatto buona parte dei voti che mancano all’IDV. Quelli che mancano possono essere il risultato di una preoccupante decisione: una parte degli elettori del PD rifiutano Doria (che aveva sconfitto alle primarie la candidata ufficiale del PD, senatrice Pinotti, alla quale si era contrapposta anche la sindaca uscente Vincenzi) e hanno scelto Musso.
Diverso il giudizio che si può dare per le differenze che riguardano la FdS. Nei municipi alcune delle liste nelle quali si fraziona l’estrema sinistra non erano presenti, e può darsi che il valore del simbolo possa aver giocato un ruolo. Difficile dire che sia stato positivo, perché il dato generale segna comunque, purtroppo, un ulteriore calo di rappresentatività. Soltanto due anni fa, alle Regionali, la lista della Federazione aveva raccolto il 4% dei voti. Dimezzarsi in due anni è segno di un declino inarrestabile.
Pesante anche il segno della disaffezione al voto: 55%, cinque punti in meno rispetto a due anni fa, quando bianche e nulle erano state la metà di quelle registrate quest’anno. Significa che il totale dei voti validamente espressi si è ridotto in due anni di 35 mila unità, l’equivalente di una città di media dimensione.
L’aritmetica, come mi capita di dire spesso, serve alla politica. Sicuramente serve a cercare di capire che cosa sta succedendo.

UNA ANALISI DEL VOTO DI GENOVA


Come era nelle previsioni più pessimistiche, a Genova Marco Doria va al ballottaggio con un margine di 33 punti percentuali sul candidato del terzo polo, che in base alle dichiarazioni di Casini è sotto le macerie. Non dovrebbero proprio esserci problemi, a meno che non si moltiplichino i giochi inconfessabili di una parte del PD e non aumenti la corsa al suicidio della sinistra oggi extraparlamentare.
Avendo sottomano i risultati definitivi è possibile avanzare qualche considerazione sul voto del primo turno. A Genova si è votato anche per i nove municipi nei quali è divisa la città e i confronti sono di una certa utilità, così come lo sono quelli con le precedenti elezioni, in particolare quelle regionali del 2010. 


Un primo dato singolare è che nei municipi il numero delle schede bianche e nulle è quasi doppio di quelle per l’elezione del sindaco. Singolare, perché, almeno apparentemente, i candidati delle varie liste dovrebbero essere più vicini all’elettore, e in ogni caso anche nei municipi non mancavano alcune liste stravaganti che avevano portato nel Comune al totale complessivo di venticinque! Questa ipotesi non regge. Il dato certo è che il numero così elevato di bianche e nulle va riferito in buona parte al fatto che il “grand hotel” (con riferimento alle cinque stelle dei grillini) era presente solo in tre dei nove municipi, e ha raccolto molto meno della metà dei voti registrati nel comune: 14.109 voti rispetto ai 36.579 che sono andati al loro candidato sindaco. In buona sostanza, può essere una prima lettura delle oltre 11 mila in più nei municipi (anche se mancano all’appello gli altri 11 mila voti).
In generale, i candidati sindaci (persino quelli delle liste stravaganti) prendono nelle elezioni per il Comune più voti delle liste ad essi collegate. Particolarmente rilevante la differenza per quello che riguarda il concorrente di Doria al ballottaggio, tale Musso, senatore nominato da Berlusconi e poi approdato al terzo polo, già battuto da Marta Vincenzi al primo turno nelle precedenti elezioni: si tratta di quasi 11 mila voti, che si riducono a quasi 6 mila se si confronta il dato con la lista presente nei nove municipi.
Come candidato sindaco Doria raccoglie 127.477 voti, 10 mila in più rispetto alla coalizione (117.254); ma se il confronto viene fatto con i voti di lista raccolti nei nove municipi (142.717) si desume che Doria ne ha avuti 15 mila in meno e la coalizione addirittura 25 mila in meno. Altri dati interessanti riguardano le differenze fra i nove municipi e il Comune per le liste della coalizione (ricordiamo, una coalizione di centro sinistra “prodiano”, non foto di Vasto quindi, ma con la presenza della Federazione della sinistra). Tutte indistintamente riducono il numero dei voti: il PD perde oltre 22 mila voti, quasi un terzo; l’IDV 10 mila, quasi la metà; SEL addirittura più di 14 mila, quasi il 60%; la FdS oltre 5 mila, la metà esatta. Sicuramente una parte di questi voti volatili sono confluiti nella lista direttamente collegata a Marco Doria, che raccoglie oltre 26 mila  voti, ma dove sono finiti tutti quelli mancanti all’appello (e sono 15 mila voti, cioè i 25 mila in meno delle liste ai quali vanno sottratti i 10 mila in più che Doria raccoglie come sindaco rispetto alla coalizione)? Si possono fare alcune ipotesi: certamente una parte considerevole (o forse tutti) i voti di SEL finiscono nella lista di Doria (SEL ha sponsorizzato Doria molto più di tutti gli altri); è probabile che identica fine abbiano fatto buona parte dei voti che mancano all’IDV. Quelli che mancano possono essere il risultato di una preoccupante decisione: una parte degli elettori del PD rifiutano Doria (che aveva sconfitto alle primarie la candidata ufficiale del PD, senatrice Pinotti, alla quale si era contrapposta anche la sindaca uscente Vincenzi) e hanno scelto Musso.
Diverso il giudizio che si può dare per le differenze che riguardano la FdS. Nei municipi alcune delle liste nelle quali si fraziona l’estrema sinistra non erano presenti, e può darsi che il valore del simbolo possa aver giocato un ruolo. Difficile dire che sia stato positivo, perché il dato generale segna comunque, purtroppo, un ulteriore calo di rappresentatività. Soltanto due anni fa, alle Regionali, la lista della Federazione aveva raccolto il 4% dei voti. Dimezzarsi in due anni è segno di un declino inarrestabile.
Pesante anche il segno della disaffezione al voto: 55%, cinque punti in meno rispetto a due anni fa, quando bianche e nulle erano state la metà di quelle registrate quest’anno. Significa che il totale dei voti validamente espressi si è ridotto in due anni di 35 mila unità, l’equivalente di una città di media dimensione.
L’aritmetica, come mi capita di dire spesso, serve alla politica. Sicuramente serve a cercare di capire che cosa sta succedendo.

lunedì 30 aprile 2012

COSE DI IERI E DI OGGI


“In una città così grande e così corrotta, non era stato difficile a (…) raccogliersi attorno tutti i dissipati e i criminali e farne, si può dire, la sua guardia del corpo. Non c’era degenerato, adultero, puttaniere, scialacquatore del patrimonio al gioco, al bordello, a tavola, non c’era uno indebitato fino al collo per riscattarsi dall’infamia o dal delitto, non un parricida, un sacrilego d’ogni paese, condannato o in attesa di giudizio, non uno di quei sicari e spergiuri che prosperano sul sangue dei cittadini, non c’era infine che non fosse dei suoi. E se capitava a qualcuno, ancora immune da colpe, d’entrare nel giro, i rapporti quotidiani, le tentazioni, ben presto lo facevano diventare come gli altri”.


Sembra proprio cronaca recentissima, la descrizione di un potente del quale paghiamo tragiche conseguenze. Somiglia soltanto, anche se moltissimo. Ma si riferisce a un personaggio di più di duemila anni fa: i puntini fra parentesi stanno per Catilina, l’autore è Sallustio e il testo è, appunto, “La congiura di Catilina”.
La citazione, tuttavia, non serve soltanto a indurre la considerazione che una costante della storia è la sua ripetibilità, o la riflessione che, in fondo, duemila anni sono solo una breve parentesi. O ancora, che in duemila anni non si sia ancora riusciti a creare opportuni anticorpi per evitare che simili individui possano calcare le scene del potere. No, da quelle pagine esce anche una amara verità: l’uso spregiudicato della cultura, dell’informazione, il danno che uomini del sapere come Sallustio, proni al servizio dei potenti e dei ricchi, hanno procurato alla società. Catilina non era affatto quello descritto, nonostante tutti i difetti che gli si possono attribuire pensava di sconfiggere e di abbattere il potere del privilegio dal quale derivava tutto il malessere sociale che Sallustio attribuisce ai seguaci di Catilina.
Quanti sono i Sallustio di oggi? Tanti, purtroppo, dai più sfacciati e indegni a quelli più subdoli, e quindi ancora più pericolosi, perché accattivanti, simpaticoni diciamo oggi.
Una nota a margine. Ho letto “La congiura di Catilina” in uno dei libretti con testo a fronte che accompagnano il “Corriere della sera”. E’ una delle rarissime operazioni serie di quel giornale: nonostante, a volte, le asfissianti quanto inutili prefazioni dei vari Mieli e Battista, offre la possibilità di riaffacciarsi al latino e al greco e soprattutto di recuperare letture che i tempi della scuola, e soprattutto della società, ci avevano costretto a tralasciare.

sabato 28 aprile 2012

LA RICCHEZZA E’ UN REATO


A volte mi capita di ricordare che il non essere credente non mi impedisce di nutrire grande rispetto e stima per l’uomo Gesù, al quale le offese provengono invece numerose dai suoi cosiddetti fedeli. Fra le convinzioni che i messaggi di Gesù (almeno per come sono stati riportati) hanno consolidato c’è quella che riguarda la ricchezza. Ricordate, Matteo? “In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli.” Secondo la tradizione, non si entra nel regno dei cieli se si è in peccato: quindi essere ricchi induce al peccato, o è di per sé un peccato. Quindi, traducendo laicamente il termine peccato, la ricchezza è un reato.


Ecco, appunto, la ricchezza è un reato. Lo è quasi sempre per le modalità con le quali se ne è venuti in possesso, oppure per come la si usa (sempre le due tipologie si intersecano e si sommano). La questione è che si tratta di un reato non previsto, ancorché sufficientemente diffuso, nel codice penale e quindi non perseguibile con gli strumenti della giustizia. Potrebbe essere colpito dalla politica e dalla democrazia, ma i governi democraticamente eletti (o demoformalmente nominati) se ne guardano bene, come fanno del resto le forze politiche che rappresentano la maggioranza degli elettori. Si può aggiungere, come postilla minore, che se ne guarda bene anche il furente demagogo che sta dominando le scene televisive: d’altra parte non lo si potrebbe pretendere da un miliardario (in lire, dato che lui stesso propone l’uscita dall’euro).
Solo una ruvida e robusta presa di coscienza da parte della cittadinanza attiva potrebbe affrontare la questione e provare a risolverla, anche senza essere costretti a cacciare i ricchi dal tempio a pedate nel sedere (e qui al tempio si possono aggiungere i tanti luoghi nei quali la sfrontata ricchezza si esercita). Ma sembra purtroppo che gli interessi delle masse, nonostante la pesantezza della crisi e le difficoltà crescenti, siano rivolti altrove (tra gli esempi, le cronache ci informano della crescente e diffusa richiesta di i-pod e tavolette elettroniche, o come diavolo si chiamano).
Certo, occorre definire la misura e la fattispecie del reato. Sul punto, basterebbe ricorrere a una semplice operazione aritmetica e alla memoria di una condizione privilegiata del secolo scorso, come è stato ricordato recentemente in relazione alle vicende Fiat: il grande capo della fabbrica torinese, Valletta, guadagnava trenta volte il salario di un operaio, e la Fiat cresceva e vendeva automobili. Oggi sarebbero circa quarantamila euro, non i 450.000 (stock option a parte) del furbetto svizzero-canadese, che la Fiat la sta distruggendo, massacrando prima di tutto i lavoratori.
Sembra troppo un rapporto 1 a 30? Via, non facciamo i soliti estremisti mai contenti. Cominciamo così, poi si vedrà. Soprattutto cerchiamo di capire che quel rapporto cancellerebbe una delle più vergognose storture di questa semidemocrazia, il fatto ciò che negli ultimi anni il 20% della ricchezza prodotta si è spostata dal 90% della popolazione per andare a finire nelle tasche del 10% più ricco, aumentando quindi le differenze e le disparità. Aumentando il numero dei reati, quindi, dovremmo dire.
Una delle strade più pacate, ma anche ferocissime contro la ricchezza, è quella della tassazione (combinata ovviamente con una rigorosissima lotta all’evasione). Le aliquote fiscali attuali, nella loro conseguenza diretta, sono da un lato massacranti e dall’altro ridicole. Il massacro sta nel modo in cui colpiscono i redditi più bassi (i veri portatori, per altro, delle entrate dello stato); il ridicolo nell’aver fissato lo scaglione più alto a 75.000 euro lordi annui e l’aliquota massima al 43%. Cioè, la cialtroneria non ha limiti: la ricchezza, per i banchieri e per chi li ha preceduti al governo, è rappresentata da un reddito lordo di circa 7 mila euro al mese, un netto poco sopra i 4 mila. Vogliamo ricordare a questi imbroglioni che i governi “comunisti” di Fanfani e Moro e ministri “trotzkisti” come Vanoni avevano stabilito un’aliquota del 75% per i redditi superiori a 500 milioni? Naturalmente tutto ciò servirebbe a ridurre le tasse sui bassi redditi e, facendo ritornare la domanda, facilitare anche la cosiddetta crescita (con tutte le cautele culturali e ambientaliste del caso).
Questo per stare dentro una logica di governo assolutamente liberal-democratica. Poi si potrebbe cominciare a discutere del resto.

lunedì 26 marzo 2012

UNA LISTA CIVICA NAZIONALE

La fiducia e la credibilità di cui godono oggi i partiti politici sono ridotte a percentuali risibili. Non è sufficiente, anche se assolutamente legittimo, ammettere che ciò sia sostanzialmente la conseguenza di anni di berlusconismo: non è sufficiente perché quella sfiducia oggi si traduce nel rifiuto della “politica”, di tutta la politica, di ogni politica, con la crescita di forme di protesta qualunquistiche e con tutti i rischi che un paese, privato della risorsa fondamentale per la sua conduzione, cioè la politica, è condannato a correre.
I risultati di molte consultazioni elettorali amministrative hanno tuttavia dimostrato che la costruzione politica di liste civiche, con caratteristiche tali da sollecitare una attenzione non pregiudizialmente negativa da parte delle cittadinanze, è stata in grado di sovvertire quella che resta tuttora la tendenza dominante. Perché non provare allora ad estendere sul piano nazionale quella esperienza, valorizzandone ulteriormente ispirazione e contenuti? E’ quello che ci proponiamo di fare con questo gruppo.
Quali le premesse e i fondamentali che i promotori di questo gruppo intendono sottoporre a quanto vorranno condividere questa proposta? Li riassumiamo qui di seguito.
  1. La lista civica nazionale deve avere un chiaro e indiscutibile contenuto di sinistra, che deve emergere con assoluta chiarezza dai contenuti programmatici e dalla riconoscibilità delle proposte concrete, riassumibili nella prioritaria tutela del più debole rispetto al più forte. E quindi: a) garanzia dei diritti di uguaglianza rispetto alla legge; b) garanzia del godimento dei servizi essenziali per la tutela e la dignità della persona; c) garanzia del diritto alla sicurezza personale e alla scelta della pace; d) garanzia della vivibilità ambientale e del rispetto del territorio in cui viviamo; e) totale laicità dello stato e delle modalità organizzative della società; f) diritto all’informazione e alla cultura; g) libertà di mercato vincolata al rispetto dei diritti e della dignità della persona; h) garanzia del godimento dei beni pubblici; i) riduzione delle spese militari e ritiro dei contingenti impiegati nelle cosiddette “esportazioni di democrazia”.
  2. Tradotti in interventi legislativi e nelle scelte amministrative questi punti devono prevedere:  a) patrimoniale e riduzione delle tasse su lavoro; b) lotta all’evasione, manette agli evasori, lotta alle mafie; c) ripubblicizzazione dei servizi essenziali (istruzione, sanità, trasporti, energia) e abolizione dei contributi alle strutture private operanti nei settori; d) difesa dei diritti del lavoro (salvaguardia dell’articolo 18), abolizione del precariato, nuovo rapporto tra età pensionabile e apprendistato dei giovani; e) ricostituzione di una banca pubblica; f) sospensione dei faraonici progetti delle grandi opere  e utilizzo delle risorse per manutenzione del territorio, energie alternative, riciclaggio rifiuti, rinnovamento edilizia pubblica.
  3. La moralizzazione della politica richiede anche misure specifiche: riduzione del numero dei parlamentari e differenti funzioni per le due camere; riduzione dei compensi di parlamentari e consiglieri regionali (ma anche degli stipendi dei burocrati ai vari livelli); abolizione delle province e riformulazione delle esigenze delle comunità montane; rigidi controlli sulle spese elettorali e sui rimborsi alle formazioni politiche (i rimborsi non vanno erogati se il partito non c’è più!); numero dei mandati (assolutamente non più di due), ma non nel senso 2 qui, 2 là, 2 più in là (due in tutto); composizione delle liste con parità dei sessi e privilegio delle competenze e dei giovani, possibilmente liste sottoposte alla approvazione di assemblee ampie (ovviamente con i controlli necessari in rapporto anche alla consistenza che si immagina di raggiungere: è certamente un punto non facile).

martedì 14 febbraio 2012

SCONFIGGERE LA FINANZIARIZZAZIONE


Corro volentieri il rischio di farmi piovere addosso giudizi molto critici e impietosi, ma penso che, a fronte del marasma politico sempre più accentuato, ciascuno abbia il dovere di correre anche questi rischi.

E’ sempre più chiaro, lo sostengono anche esperti di economia che non scelgono come mestiere complementare di essere servi del potere, che la crisi ha come unico responsabile, e anche unico usufruttuario, la grande finanza: cioè quel mondo di ricchi, faccendieri, alti manager, banchieri, erroneamente gratificati ancora dell’epiteto di capitalisti (magari lo fossero, verrebbe da dire), che speculano allegramente sui bond, sullo spread, sulle azioni, sulle alterne giornate di borsa, sui prestiti, sui movimenti di denaro che non producono nulla, se non il loro sfacciato e schifoso continuo arricchimento. La principale responsabilità della crisi è, al di fuori di ogni ragionevole dubbio, della finanza, che in questi ultimi due decenni ha progressivamente sostituito il capitalismo industriale: un esempio tipico di questo degrado è il “marchionismo”: a quel manager, da 15 mila euro al giorno più i guadagni azionari e le stock option, non frega niente il cosa e il come produrre, interessa soltanto che i suoi investimenti azionari qua e là nel mondo accrescano la ricchezza sua e dei suoi complici. E naturalmente, il “progetto” generale, se così lo possiamo chiamare, è sostenuto dalle banche, che hanno qua e là nei governi, a cominciare da quello italiano, loro si dice autorevoli ma sicuramente furbi rappresentanti.
Al potere delle banche contribuiamo in molti. Ogni pensionato che ha magari versato sul conto la propria liquidazione, e cerca, se ci riesce, di non intaccarla in previsione di esigenze future, sempre possibili con l’avanzare dell’età. Ogni lavoratore che è costretto ad aprire un conto per ricevere il salario o lo stipendio (con la scusa, per altro persino giusta, della tracciabilità oggi tutto ciò che supera i mille euro deve passare da una banca). Ogni cittadino che chiede un mutuo per comprare o anche solo ristrutturare la casa (sempre che si annoi con il posto fisso). Sulle giacenze, a parte qualche illusoria pubblicità, non ti danno nessun interesse, in più paghi salata ogni operazione che sei costretto a fare. E con quei soldi fanno quelle che vogliono, cioè il finanziamento delle operazioni finanziarie che ingrassano i ricchi sempre più a danno di quelli che non lo sono affatto. E cerchiamo di convincerci che quei soldi sono davvero tantissimi: per fare due conti della serva, una giacenza media di 10 mila euro per un esercito di 20 milioni di cittadini (pensionati oltre una certa soglia,  una discreta fascia di lavoratori dipendenti e un po’ di piccolissimi commercianti e artigiani onesti contribuenti, cioè quella che oggi, su esempio americano, si chiama impropriamente classe media) fa 200 miliardi di euro, non una bazzecola. Tutta a disposizione degli interventi truffaldini della banda.
Allora, per non farla troppo lunga, vogliamo provare a lanciare una proposta che potrebbe cercare di modificare alle fondamenta questa situazione? Ci provo. Occorre ritornare alla banca pubblica. E non sarebbe necessario neppure lo strumento della nazionalizzazione. Basterebbe sopprimere la clausola di legge che garantisce a carico dello Stato le giacenze inferiori ai 100 mila euro e invitare quindi (e in una fase di crisi non sarebbe certo difficile) a spostare i propri conti corrente dalla banda privata attuale a quella di Stato. Con due codicilli: il primo, che la banca pubblica si impegni ad assumere i dipendenti (sotto il livello dei manager, ovviamente!) che la banca privata, costretta a chiudere, licenzierebbe (in questo caso con giusta causa!); il secondo, che il controllo della banca venga affidato a consigli eletti direttamente dai correntisti, almeno fino a quando non sia possibile ripristinare una corretta fiducia nelle rappresentanze politiche e istituzionali.
Che ve ne pare? Follia? Certo, poi ci sono le esigenze della pace, della sospensione degli armamenti, gli F32, la umanizzazione delle carceri, la difesa del territorio, i beni comuni. Certo. Ma per finanziarie le opere necessarie a far ritornare il paese al livello minimo di civiltà occorrono soldi, e fino a che il controllo di quei soldi lo hanno i banchieri e i loro complici è persino ovvio che i soldi vadano a finire da un’altra parte.
Se a qualcuno sembra che tutto ciò non sia una follia, potremmo provare ad aprire, come si chiama, una pagina o un gruppo su FB, provare a contare quanti si riterrebbero sufficientemente d’accordo e poi, ovviamente, migliorare il tutto. Io non ne sono capace, se qualcuno vuole rischiare!

martedì 24 gennaio 2012

POLITICA E ARITMETICA


L’assenza dell’aritmetica è un limite grave della politica: parlare senza mai far di conto complica le cose e rende sempre più incomprensibili le proposte, ammesso che qualche volta ci siano. Ma il deficit di aritmetica rende spesso incomprensibili anche le notizie di cronaca che pure, per la loro rilevanza, dovrebbero farci sperare.
E’ il caso dell’indagine della Finanza che ha individuato 7.500 grandi evasori. Bene, ci sarebbe solo da aggiungere che questi in galera non ci vanno mai e sarebbe invece il caso di cambiare regola e, come si dice troppo spesso per i poveracci, chiuderli e gettare via la chiave.


La cosa si complica se ti metti a fare due conti sul proseguo della notizia: “hanno sottratto all’erario 21 miliardi di euro”. “Sottratti all’erario” vuol dire che quei 21 miliardi erano tasse, e quindi che il reddito era molto di più, più del doppio, dal momento che l’aliquota più alta è del 43%. Per arrotondare facciamo circa 50 miliardi di euro di reddito. Bene. La cosa si complica se ti viene in mente di dividere quei 50 miliardi per il numero di evasori totali scoperti ai quali fanno capo. Giocando con gli zeri (che per il miliardo sono nove) ti accorgi che, in media, ciascuno di quei 7.500 furfanti ha un reddito di oltre sei milioni e mezzo di euro, uno stipendietto alla Marchionne, insomma, escluse ben inteso le stock option.
E qui la cosa si complica ulteriormente. Perché la notizia riportata dal Fatto quotidiano ti racconta di un medico da 100 euro all’ora al quale la Finanza ha contestato 600 mila euro di entrate non denunciate. Per rispettare la media dei sei milioni e mezzo a cranio, quindi, ce ne deve essere almeno uno che di entrate ne ha avute per 12 milioni. E così via.
In ogni caso, dalla notizia corredata di aritmetica discenderebbe che in Italia di ladri titolari di un reddito alla Marchionne, cioè superiore ai 6 milioni e mezzo di euro, ce ne sono almeno 7.500. In realtà molti di più, ma fermiamoci al dato.
Viene allora spontaneo chiedersi: perché questi tecnici al governo, che pure per gestire i loro affari di banca sono certamente esperti di aritmetica, non hanno saputo fare un po’ di conti nell’interesse del paese? Sarebbe bastata una patrimoniale del 20% sui redditi di quei 7.500 ladri (che ovviamente avrebbero potuto scoprire anche prima, e comunque meno male che la Finanza abbia saputo e voluto farlo) per recuperare una decina di miliardi, invece di sottrarli ai pensionati, ai lavoratori, ai precari. Sapendo bene, poi, che quei 7.500 sono solo la punta di un iceberg.
La risposta è una sola. Questo governo, sobrio, pulito, presentabile sulla scena internazionale, discreto, educato, che sa anche parlare le lingue e non soltanto muoverle, è un governo di destra, che di fronte a ogni scelta sa bene da che parte stare, quella dei poteri forti, dei ricchi, dei banchieri, e quindi di quel pezzo di società dove si annidano i peggiori ladri e furfanti.
Di certo non fa il bunga bunga. E per questa ragione è apprezzato. Ciò ha una conseguenza meritevole, tuttavia: non potendo più parlare di bunga bunga siamo obbligati a parlare di politica. Se ci mettiamo finalmente un po’ di aritmetica, forse ce la possiamo ancora fare.