sabato 3 dicembre 2011

CAMBIARE PROGRAMMA


Ho partecipato recentemente a un dibattito sulla repressione, con particolare riferimento al luglio genovese del 2001 e al recente 15 ottobre romano. Fra gli intervenuti, un anziano partecipante (un mio coetaneo, insomma) ha sostenuto che è del tutto legittimo spaccare vetrine e bancomat, che il più grave errore del movimento è stata la scelta della non-violenza e che i cosiddetti black bloc sono una avanguardia. Non ho avuto difficoltà ad osservare che mi sarebbe stato difficile e complicato, proprio con riferimento ai fatti di Genova e di Roma, accettare un carabiniere e un poliziotto vestiti di nero come avanguardie del movimento del quale intendo continuare a far parte.
Passando a cose più serie, la discussione si è sviluppata intorno alle vicende politiche. Riporto qui alcune osservazioni che mi è parso necessario fare.
La prima. E’ sufficientemente condivisa la constatazione della gravità della situazione presente e dei rischi che si corrono. Forse non altrettanto la valutazione di un dato storico: dopo la rivoluzione d’ottobre, le grandi e gravi crisi economiche che hanno travagliato le diverse società hanno sempre determinato una svolta a destra, nei casi più terrificanti col fascismo in Italia e il nazismo in Germania. Soltanto una volta l’uscita dalla crisi è avvenuta “a sinistra”, negli Stati Uniti con Roosevelt dopo la crisi del ’29.


La seconda. Si dice spesso che i sondaggi non contano. Lo trovo sbagliato e incongruo. Un esempio convincente? Se B non avesse avuto la certezza, proprio attraverso i sondaggi, della sua sconfitta lacerante in caso di elezioni anticipate, non avrebbe compiuto il “gesto generoso”, come i suoi lecchini si ostinano a dire. I sondaggi sono ormai condotti con metodi scientifici e rappresentano la realtà. Mi chiedo allora come sia possibile che, nonostante le indiscrezioni sulla durezza a senso unico (traduco: sempre i soliti) delle manovre annunciate da Monti, il professore continui ad avere la piena fiducia di una grande maggioranza di cittadini italiani (fra i quali ci sono anche parecchi di quelli che decidono di non votare alle prossime elezioni). La risposta che mi do è una sola: la fiducia viene innanzi tutto dalla considerazione che lì in mezzo non ci sono “politici” (poi, come sappiamo, il dato è enfatizzato). Cioè sono il ribrezzo e lo schifo per la politica, tanto diffusi fra i cittadini, che determinano la fiducia per coloro che sono considerati (ripeto con un eccesso di enfasi) tecnici, e quindi non-politici a prescindere, direbbe Totò. Una fiducia che deriva dalla diffusione dell’antipolitica, alla quale molti portano acqua, a cominciare dal grillismo.
La terza. Per quanto possa apparire esagerato, soprattutto a chi continua ad avere stimoli e convinzioni sulla necessità della politica, questo schifo e questo ribrezzo diffusi hanno purtroppo fondamento nella situazione drammatica in cui la politica versa, ma rappresentano anche il dato da cui partire. Il rinnovamento, la questione morale, la modestia, la linearità dei comportamenti non possono essere opzioni, ma devono essere assunte come condizioni essenziali per la scelta (a tempo e non continuamente rinnovabile) dei gruppi dirigenti. E i programmi, i contenuti, le scelte da fare nell’immediato, le priorità, la credibile fattibilità, devono essere enunciati, discussi e spiegati nei dettagli, ed avere l’assoluta priorità sulle declamazioni ideologiche e simboliche.
Esiste una possibilità immediata per cercare di mettere in atto questo terzo assunto: il giudizio da dare (e come esprimerlo) sulle misure che il governo Monti porterà finalmente a conoscenza dei cittadini, dopo averlo illustrato ai suoi colleghi europei e ai responsabili della finanza mondiale (a quella nostrana ci hanno pensato, per consanguineità, alcuni ministri e sottosegretari, raccogliendo anzi preziosi suggerimenti). Troppe voci, spesso persino contrastanti, troppe indiscrezioni sfuggite alla sobrietà hanno finito col confondere giudizi di merito che in questa situazione dovrebbero avere l’assoluta priorità.
Su una cosa mi pare necessario prendere posizione subito. E ritenere indecorosa la scelta compiuta dal professore di andare ad illustrare il programma nello studio televisivo dell’insetto, anche se ha dovuto rassicurare che ciò avverrà dopo la frettolosa presentazione in Parlamento. Non riesco ad immaginare il plastico sobrio del sobrio programma che il sobrio professore presenterà. Ma certamente non mi curerò di sanare questa curiosità. Da qui l’invito rivolto a tutti, per quella sera: CAMBIARE PROGRAMMA!
È assai probabile che debba valere anche dopo, riferendosi a ben altri programmi; per questo occorre, appunto, una politica diversa da quella che ha fatto apprezzare l’arrivo dei banchieri al governo (come non bastasse già la loro invasiva presenza nell’economia finanziarizzata, prima causa della grave crisi economica). Ma, come scriveva Robespierre in epoca non sospetta: “E’ nella natura delle cose che la marcia della ragione sia lentamente progressiva. Il governo peggiore trova un appoggio potente nei pregiudizi, nelle abitudini, nell’educazione dei popoli. Lo stesso dispotismo deprava lo spirito degli uomini fino a farsi adorare e fino a rendere la libertà sospetta e terrificante a prima vista”.

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