martedì 16 agosto 2011

GIUSTIZIA DA BINGO

Che l’amministrazione della giustizia offra spesso esempi che eufemisticamente possano essere considerati contraddittori è cosa nota. I processi sulle tragiche vicende genovesi hanno abbondantemente confermato questa opinione: lo dimostrano le sentenze emesse nei diversi gradi di giudizio. L’opinione viene tuttavia consolidata anche da fatti assolutamente risibili rispetto a quelli genovesi. A me ne è capitato uno che qui vi racconto.


A Genova ci sono molte strisce gialle, quelle che delimitano il percorso viario riservato ai mezzi pubblici, oggetto di svariate polemiche per la collocazione non sempre funzionale, ma soprattutto oggetto di scarsa manutenzione, cosa che le rende spesso non adeguatamente visibili. Per il nobile servizio di nonno-sitter mi è capitato di percorrere una strada di Genova dove esiste una di quelle strisce, o meglio, dove si dovrebbe presumere che esista, dal momento che in quasi tutto il percorso la striscia, a quell’epoca (ottobre 2009), risultava del tutto invisibile. Tranne l’ultimo tratto, una decina di metri, sette dei quali tratteggiati, per permettere all’automobilista di prendere la corsia di destra in prossimità del semaforo che immette in una piazza. E’ quasi ovvio che la telecamera che controlla la zona sia stata collocata a dieci metri dal semaforo, dopo una curva, in modo tale che le fotografie scattate possano cogliere l’infrazione anche di quelli che, come è stato il mio caso, oltrepassano la striscia continua negli ultimi metri, con il nobile intento di non intralciare il traffico che sulle due corsie restanti imbocca un tunnel.
Nel febbraio 2010, poco prima della scadenza dei 150 giorni, mi arrivano cinque contravvenzioni. Prima della scadenza dei 60 giorni previsti faccio ricorso al Giudice di pace, allegando le foto della zona a dimostrazione della inconsistenza della segnaletica. Il giudice, l’avv. Franco Nativi, mi convoca in pubblica udienza il 19 ottobre 2010 e il giorno successivo deposita la sentenza. Respinge il ricorso ma, “ritenuto che vada garantito il diritto di difesa, anche in caso di soccombenza, appare giusto contenere la sanzione amministrativa entro il minimo di legge, oltre alle spese”. Morale, 137,51 euro in tutto per le cinque multe.
Prima della convocazione mi erano pervenute, sempre per lo stesso motivo e sempre nello stesso punto, altre otto contravvenzioni, relative al mese di novembre 2009. Rispettando i tempi previsti, nuovo ricorso al Giudice di pace, adducendo gli stessi motivi, le stesse documentazioni, e allegando ovviamente i riferimenti al precedente ricorso. Convocazione a tempi biblici, 4 luglio 2011. Questa volta mi tocca Angela Salaspini, che decide per il “minimo edittale”. La scoperta è che l’aggettivo  da tardo romano impero, “edittale”, significa 82,95 euro per ciascuna contravvenzione, in totale, quindi 663,60 euro. Cioè, la contravvenzione piena. “Minimo” dovrebbe significare che non si è applicato il raddoppio per via del ritardo di pagamento, dovuto per altro al ricorso legittimo e ai tempi biblici del palazzo del giudice.
Palazzo che, vista e subita la incomprensibile difformità di giudizio, mi sembrerebbe più conforme intitolare “palazzo del bingo”!

sabato 13 agosto 2011

MANOVRA E COSTI DELLA POLITICA

Qualche mese fa, esattamente il 1° maggio, avevo pubblicato sul blog un articolo che riguardava un aspetto particolare della pubblica amministrazione; aspetto che, dopo la oscena manovra, è diventato l’argomento principale dietro il quale governo, giornali di destra e corifei di varie collocazioni nascondono, o cercano di nascondere, le porcherie aggravate con le decisioni assunte. Anche la grande informazione e pezzi dell’opposizione parlamentare si uniscono al coro senza sollevare i necessari distinguo.


In quell’articolo parlavo del comune di Propata, incantevole paese dell’entroterra genovese, in Val Trebbia, che contava 167 abitanti nel censimento del 2007 e che nelle elezioni di maggio ha eletto un sindaco e dodici consiglieri. Nulla da obiettare alla decisione di accorpare i comuni sotto i mille abitanti, che si contano oltre il migliaio (oltretutto è possibile, come è il caso di Propata, che facciano già parte anche di una Comunità montana). Ma a fare due conti della serva già si evince che queste soppressioni eliminano da sole quindicimila delle 54 mila “poltrone” annunciate dal solito imbonitore imbroglione, ammesso che gli sgabelli di Propata possano definirsi tali. E lo stesso discorso vale anche per il risparmio economico: non risulta che i consiglieri di Propata consumino tutti i giorni caviale a un euro e mezzo!
Insisto su una questione di fondo, perché anche su FB si stanno sprecando le considerazioni sulla punizione della casta. La mia convinzione è che l’argomento (ripeto, senza nulla togliere al fatto che sia giusto operare elementari razionalizzazioni nell’amministrazione) venga usato per buttare fumo negli occhi, accrescere il disgusto per tutto ciò che attiene alla politica (non è un caso che l’abolizione di comuni e provincie stia sotto il titolo di riduzione dei costi della politica), diffondere un qualunquismo che definisco senza mezzi termini di natura fascista. E non è un caso che il capo della CISL, che non spreca neppure un sussurro sulla carneficina dei diritti sindacali, parli anche lui prevalentemente della riduzione dei costi della politica. Naturalmente si guarda bene dal citare quanto costino gli enti bilaterali, che al gruppo dirigente della CISL fanno particolarmente gola per la collocazione di un po’ di clienti.
A pagare, come sempre, sono i lavoratori dipendenti. Anche l’aumento delle aliquote che si voleva introdurre per i lavoratori autonomi è saltato. Cioè, i colpiti dalla manovra a tutti i livelli, anche i titolari di redditi medio-alti, sono solo i lavoratori dipendenti, quelli che le tasse le pagano fino all’ultimo centesimo. Piccoli e grandi evasori no. A quelli neanche un buffetto sulla guancia, forse hanno ritenuto che di questi tempi un altro condono sarebbe stato troppo.
Lavoratori dipendenti e poveri. Un taglio di 8 miliardi di euro agli enti locali che cosa produrrà se non un aggravamento insopportabile della condizione sociale, con ricadute sui servizi già così carenti? Vedremo che cosa succederà nel corso del dibattito parlamentare, quando forse si conosceranno le controproposte del PD, ripetutamente annunciate ma assolutamente ignote. Intanto si stanno muovendo le organizzazioni dei lavoratori degne di questo nome. Lo sta facendo la FIOM. Dobbiamo lavorare perché lo decida in fretta la CGIL. Suggerirei al gruppo che mi tempesta su FB di cambiare titolo e finalità: invece di “Camusso dimettiti” propenderei per “Camusso promuovi”, ovviamente lo sciopero generale al più presto.

venerdì 12 agosto 2011

MA CHE BELLA MANOVRA!

Speravo di poter rivedere lo straordinario film di Forman con un altrettanto straordinario Nicholson, ma va ringraziata La7 che ha mandato in onda una diretta sulle decisioni del governo, con la conferenza stampa a palazzo e i commenti di qualche dirigente di partito. Perché ha svolto quello che dovrebbe essere il servizio pubblico, quello che avrebbero dovuto fare RAI1, RAI2 e anche RAI3. Mi permetto quindi alcune considerazioni a caldo.
La prima. Questa destra oscena vende in primo luogo la riduzione dei costi della politica e B ha sparato anche la cifra di 54 mila poltrone soppresse. Per carità, lo schifo ulteriore provocato dai costi del menù del senato della camera meritava senz’altro una risposta. Ma stiamo attenti: le 54 mila poltrone comprendono quelle dei comuni con meno di 1000 abitanti (allo scadere del mandato) perché verranno accorpati; e questi da soli fanno la maggioranza di quelle poltrone, oltre tutto con costi di bassissima rilevanza. La stessa riduzione degli stipendi di senatori, parlamentari, consiglieri regionali e giù a scendere, è giustissima, ma la quota complessiva di risparmio sarà di qualche centinaio di milioni di euro, ben poca cosa a fronte dei 45 miliardi aggiuntivi di manovra nei due anni, 2012 e 2013. Allora penso che dovremmo respingere una manovra qualunquista di natura fascista: seppellire sotto le urla per la punizione della casta (come hanno già fatto i corifei della stampa di destra) le critiche di fondo a una manovra che colpisce ben altro, cioè i diritti e la condizione sociale dei ceti popolari e medi. Non vorrei che a queste urla si associassero, come è già successo in altre occasioni, i simpatizzanti grillini.


La seconda. Le tasse aggiuntive per la parte di reddito eccedente i 90.000 euro (5%) o i 150.000 euro (10%), ipocritamente chiamate da B contributi di solidarietà, sono una misura che vede ridotta la sua potenziale utilità (e soprattutto la sua valenza politica) perché non è stata prevista nessuna patrimoniale. Ricordate la polemica sull’ICI? Abolita su tutta la proprietà, mentre la misura giusta e equa sarebbe stata (in qualche modo ci aveva provato il governo di centrosinistra) quella di toglierla solo sull’unica casa di proprietà. Siamo un paese nel quale una piccola minoranza possiede quasi la metà del patrimonio e della ricchezza nazionale e nel quale la differenza fra ricchi e poveri si è aggravata nell’ultimo decennio, con uno spostamento enorme di reddito dal basso verso l’alto. E quindi la patrimoniale è l’unica misura che può avviare un riequilibrio fra redditi e cittadini. Per questo non hanno voluto farlo, per questo anche l’opposizione parlamentare è quasi silenziosa. Eppure basterebbe appostare qualche finanziere nelle banche luganesi! Sempre La7 ha dato notizia che lì non ci sono più cassette di sicurezza da affittare, figuriamoci nei paradisi fiscali!
La terza. Si continua a parlare di 240 miliardi di euro sottratti annualmente al fisco con l’evasione. La manovra biennale costa qualcosa più di 70 miliardi. Allora? Vogliamo introdurre pene certe e immediate per i grandi evasori (discutiamo pure che cosa si debba intendere per “grandi”)? Vogliamo fare in modo che per ogni evasore che mettiamo in galera facciamo uscire due immigrati o due imputati in attesa di giudizio?
La quarta. Al di là della fine del federalismo fiscale (come dice persino un destro come Formigoni), i mancati trasferimenti agli enti locali (se non ho capito male, qualcosa come 9 miliardi di euro) apriranno catastrofi sociali nei servizi rivolti ai cittadini, a cominciare come sempre dai meno abbienti. E non si capisce come possano permettersi di dire che sanità e istruzione non saranno toccate (ancora!).
La quinta. Forse la più grave, se così si può dire. Abolizione di fatto dell’articolo 41 della Costituzione (vale la pena di riscriverlo: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”) Attacchi alla contrattazione, ai diritti  sindacali, alla sicurezza. Libertà di licenziamento.
Intanto la borsa di Milano recupera. Si sono accorti che forse era meglio impedire che si potessero vendere titoli senza possederli (cosa per altro sempre avvenuta). E nonostante il divieto ha recuperato. Ma lì non si produce nulla. Lì c’è la finanza, bellezza. Quella cosa che non c’entra niente con il lavoro, con l’intelligenza, con la passione, con il merito. E quindi va bene così. Finché dura. Finché la facciamo durare.
Adesso La7 ha fatto partire il film. Buona visione!

venerdì 29 luglio 2011

DIFFERENZE

Dieci anni. Tante, troppe cose da raccontare. Scelgo un argomento solo apparentemente minore, a mio parere non lo è. Quello dei comportamenti individuali. Ed emergono differenze abissali.
Ci sono pubblici ministeri che hanno indagato con forza, costanza e caparbietà sui reati commessi dagli alti gradi della polizia alla Diaz. Si è dedotto che hanno avuto coraggio. C’è un pubblico ministero che ha avallato l’invenzione dello sparo per aria ideata da quattro imbroglioni e ha chiesto l’archiviazione per l’omicidio di Carlo. Già, ma Carlo lo ha ucciso un reparto speciale di carabinieri. Ci sono giudici, anch’essi giudicati coraggiosi, che in appello hanno condannato quegli alti gradi della polizia (ancora più alti, se non è contraddittorio sottolinearlo, perché nel frattempo sono stati tutti promossi). Ci sono giudici che in primo grado li avevano assolti tutti. E c’è una giudice per le indagini preliminari che non ha concesso neppure un processo per l’omicidio di Carlo e ha archiviato il caso come richiesto dal pubblico ministero. Già, ma Carlo lo ha ucciso un reparto speciale di carabinieri.
Ci sono responsabili dell’ordine pubblico che sabato 23 luglio scorso, quando a Genova sfila un folto corteo pacifico, defilano i reparti in modo che non si veda una divisa. E non succede nulla. Ci sono responsabili (a volte si fa per dire) che infiltrano gruppetti di delinquenti e balordi per guidarli e lasciarli indisturbati mentre rompono vetrine e incendiano automobili e poi massacrano ragazzini inermi o manifestanti che si illudevano di resistere con gli scudi di polistirolo. Lo hanno  studiato e programmato a tavolino nel luglio 2001, per inaugurare a Genova una selvaggia repressione con il consenso di una opinione pubblica manipolata. Ci sono sottufficiali dei carabinieri che denunciano vergognose imprese di loro superiori e commilitoni, come è avvenuto in Somalia nel 1994; e ufficiali dei carabinieri (gli stessi), passati a gradi altissimi, che quando vengono a testimoniare in tribunale le loro imprese di Piazza Alimonda, raccontano panzane per cercare di attenuare le proprie evidenti responsabilità.
Ci sono giornalisti che leggono le carte, svolgono inchieste, riferiscono i fatti realmente accaduti e ci aiutano a capire che cosa succede nel Paese e nel mondo. Ci sono scribacchini servi che intingono la penna nelle condutture fognarie e eseguono gli ordini; e quelli che, davanti a una telecamera, imitano il labiale mentre l’audio trasmette direttamente la voce del padrone.
E si potrebbero elencare altre differenze sostanziali all’interno della stessa categoria. Che cosa ne può discendere? La mia personale convinzione è che non sia più giusto usare i termini “collettivi”: magistratura, forze dell’ordine, giornalismo. No, occorre indicare i singoli con nome e cognome, differenziare i giudizi, non fare, come spesso si dice, di ogni erba un fascio. Evitare cioè che quella accezione collettiva serva da riparo agli indegni e offenda coloro che non hanno alcuna necessità di un riparo, o che possano addirittura far discendere dalla legittima salvaguardia della propria onorabilità una improvvida e pericolosa difesa in toto della “collettività” di riferimento.
Credo che il ragionamento, se non c’è un eccesso di presunzione, valga anche per la politica. Ma qui il discorso si complica. Ne parliamo un’altra volta.