mercoledì 24 aprile 2013

ELEZIONI IN FRIULI



Le elezioni in Friuli aprono ad alcune considerazioni interessanti, fermo restando il primo dato preoccupante rappresentato dall’enorme calo dell’affluenza al voto. Ha votato infatti solo il 50,48 per cento degli aventi diritto, con un calo di 27 punti percentuali rispetto alle elezioni di due mesi fa e soprattutto con un calo di circa 250 mila votanti.
Un’altra premessa riguarda il meccanismo elettorale delle regionali, molto diverso dal porcellum. Si può infatti votare soltanto per il candidato presidente senza votare anche per una lista che lo sostiene o anche in modo disgiunto (presidente e lista di un altro candidato). Questo ha fatto sì che ci sia stata una forte differenza fra i voti di ciascun candidato presidente e quelli ottenuti complessivamente dalle liste ad essi collegate.

Comunque le differenze registrate rispetto a solo due mesi fa sono impressionanti.
Primo dato. La candidata del centrosinistra Serracchiani ha avuto 211.508 voti, oltre 13 mila voti in più rispetto a quelli avuti dalla coalizione Bersani alla Camera. E ciò comporta che la percentuale, proprio per effetto del calo di votanti, sale dal 27,48 al 39,39, cioè addirittura di dodici punti. All’interno della coalizione è ottimo, anche se pur sempre contenuto, il risultato di SEL che acquisisce addirittura 58 voti in più, ma con incremento percentuale dal 2,45% al 4,45%. Ora è vero che il PD conquista come voto di lista solo 107.155 voti, rispetto ai 178.149 di due mesi fa, ma è addirittura ovvio che il voto alla Serracchiani individuava il partito di appartenenza. Vuol dire che la scelta di un candidato conta molto. E questo apre una serie di considerazioni sulla personalizzazione della politica che qui tralascio.
Secondo dato. Il PdL, che pure aumenta percentualmente di un punto, raccoglie oltre 54 mila voti in meno (andamento simile quello della Lega, che guadagna un punto e mezzo e lascia sul terreno oltre 15 mila voti. Dal punto di vista dei voti di lista va segnalato che quella personale del candidato del centrodestra Tondo raccoglie 42.847 voti, pari al 10,72%, che sommati a quelli del PdL, dell’UDC e della destra, oltre ai soliti pensionati d’appoggio, porta i voti di lista a 180.657, cioè il 45,21% dei voti di lista espressi. E questa è una delle cose incredibili del voto friulano. Un 45 e passa per cento come voto di lista e solo il 39% come voto da presidente, con un totale di 209.442. Si vede che proprio non potevano sopportarlo. Comunque il centrodestra due mesi fa aveva raccolto 201.865 voti, il 27,98% e che occorre ricordare che deu messi fa la lista Monti (alle regionali solo il pezzetto casiniano ha appoggiato il candidato del centrodestra) aveva avuto ben 92.813 voti, pari al 12,85%.
Terzo dato. Succede per il candidato grillino l’esatto opposto di quello accaduto a Tondo. La lista raccoglie soltanto 54.952 voti, il 13.75%, mentre il candidato Galluccio ne ha avuti 103.133, cioè il 19,21%. Ma per il grillino Galluccio il tonfo rispetto a due mesi fa è davvero impressionante. Alla Camera il M5S aveva raccolto 196.218 voti, pari al 27,22%. Quindi un calo di quasi 100 mila voti considerando quelli raccolti dal candidato e 142 mila rispetto alla lista. E ciò mentre tutto poteva lasciar pensare che, visto quello che stava succedendo in parlamento con l’elezione dei presidente, il M5S avrebbe fatto il pieno. Il capocomico dice che le elezioni regionali non hanno nulla a che vedere con le politiche. Contento lui!
Alla prossima.

domenica 21 aprile 2013

SCENARI DI UN PAESE DI… MACERIE



Lunedì il balletto ricomincia. Giuramento, un po’ di chiacchiere sulla democrazia e sul senso di responsabilità condiviso. E poi via alle cose serie. Fare il governo, ma non solo. Cioè, concretizzare l’inciucio, garantire chi ha problemi (quelli di casta, non di vita) e coprire le malefatte. Naturalmente (così diranno, senza vergogna) per affrontare i gravi, anzi gravissimi, non basta, tremendi problemi del paese (ormai con la p minuscola, visto come lo hanno ridotto).
Uno scenario mi sono permesso di tracciarlo quando la banda dei quattro (B B M M, dove la seconda M sta per Maroni) sono andati a piangere al colle: Amato premier e Berlusconi senatore a vita, e quindi immune per sempre. Poi Maroni ha fatto qualche bizza, Amato non lo vuole. Non è difficile fargli cambiare idea, basterebbe insinuare qualche dubbio sulla sua carica di governatore in Lombardia, ma insomma, non è il caso di complicarsi la vita. E allora vai con altre lungimiranti ipotesi.
La prima è davvero straordinaria. Un bel governo con dentro saggi e attuali ministri a volontà, presieduto da Enrico Letta con vice Gianni Letta. Zio e nipotino, stupendo: finalmente un governo che si occuperà della famiglia!

Ma se ne affaccia anche un'altra: incarico a Grasso, attuale taciturno presidente del senato. Questa scelta è più sottile dell’altra: si libera un posto. Un’occasione da non perdere per riequilibrare le cariche istituzionali, si fa per dire. D’altra parte Boldrini e Grasso li aveva scelti il PD, e visto lo stato comatoso intervenuto non vorrà mica pretendere di conservarle! Ma l’obiettivo sottile è un altro. Proviamo a pensare chi potremmo eleggere presidente del senato al posto di Grasso. Ma dai, non è poi così difficile, un nome a caso: Berlusconi! Non per altro si è fatto eleggere al senato; di lui si può pensare e dire il peggio immaginabile, ma non che sia uno stupido. Al fondo c’è che da presidente del senato, seconda carica della repubblichetta, in caso di impedimento si fa il saltino alla prima. E l’impedimento, vista l’età del attuale inquilino (e senza fare scongiuri in nessun senso), non è impossibile. Silvio coronerebbe così uno dei suoi sogni per niente nascosti e più ambiziosi. Poi, alla provvisorietà dell’incarico si potrebbe sempre porre rimedio con la rielezione mediante un altro inciucio. Renziani, margheritoni, veltroniani, dalemiani e giovani turchi stanno già meditando, se così si può dire.
E allora? Consegniamo il paese a Grillo e Casaleggio? Vedremo domani come gli effetti di queste giornate in parlamento si rifletteranno nel voto in Friuli-Venezia Giulia. La questione di fondo è che quel voto, ancora sostanzialmente di protesta e di rabbia, per altro del tutto comprensibili e giustificabili, coinvolge sempre di più un elettorato proveniente da un voto di sinistra. A cominciare proprio da questi occorrerebbe spiegare che la peggiore posizione dei due guru resta quella di continuare a non voler distinguere tra sinistra e destra, per succhiare anche da quella parte. E invece la differenza esiste sempre, eccome. Ma non viene fuori se ci si ostina soltanto a sventolare bandiere, simboli e nomi. Viene fuori, evidente e chiara, se si passa finalmente alle cose da fare, al come farle, con quale reperimento delle risorse e con quale prioritaria destinazione. Se si comincia finalmente a parlare anche con i numeri e non soltanto con gli slogan fatti di parole. Se, come si diceva una volta, c’è un programma.
Occorrerebbe lavorare in questa direzione. Almeno proviamoci.

domenica 3 marzo 2013


E ADESSO?



Dopo l’impressionante risultato elettorale di Grillo, su Facebook sono apparsi molti richiami a frasi di Hitler degli anni trenta, quindi prima della ascesa al potere, che sembrano aver ispirato diverse esternazioni del comico. Preferisco ovviamente fare riferimento a riflessioni e pensieri che rappresentano pagine fondamentali della nostra storia, e ringrazio Laura Tagliaferri, un’amica di FB, per avercelo ricordato. Il 26 aprile 1921, in un articolo dell’Ordine Nuovo, Antonio Gramsci scriveva: Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato.” E qualche riga prima: “il fascismo non può essere che parzialmente assunto come fenomeno di classe, come movimento di forze politiche consapevoli di un fine reale…; è il nome della profonda decomposizione della società italiana… e oggi può essere spiegato solo con riferimento al basso livello di civiltà che la nazione italiana aveva potuto raggiungere in questi sessant’anni di amministrazione unitaria (e qui potremmo solo cambiare i dati in trent’anni di craxoberlusconismo)”.


Antipartitismo, versione ancora più pericolosa dell’antipolitica, perché esclude la possibilità di un pur minimo controllo democratico sulla gerarchia assoluta (binomia nel caso del grillismo). Idee vaghe e nebulose, non sostenute da alcuna prova di fattibilità (il reddito di cittadinanza, molto simile alla restituzione dell’IMU quanto a impraticabilità). Psicologia antisociale, frutto appunto di un trentennio di noncultura, di nani e ballerine, di malcostume diffuso.
Certo, c’è proprio tutto questo. E anche quel riferimento gramsciano al non poter “essere che parzialmente assunto come fenomeno di classe”. Devo fare autocritica: ero convinto che il grillismo potesse togliere voti solo o in misura assai prevalente alla destra. Non è andata affatto così. Una pagina intera di dati pubblicati opportunamente dal Secolo XIX, il quotidiano genovese, lo dimostra. Occorre premettere che fra le tante caratteristiche di Genova c’è anche quella di una marcata corrispondenza fra quartiere e ceto residenziale. Ebbene, il M5S conquista a Genova il 32% dei voti espressi; ma va nettamente oltre questa percentuale, sfiorando addirittura il 40% o persino superandolo, nei quartieri a prevalente insediamento popolare, mentre nei quartieri ricchi o della borghesia colta si ferma al 20%. Non foss’altro, per la sinistra ci sarebbe già materiale abbondante su cui riflettere. E anche per il centrosinistra, che a Genova e in Liguria gode di un insediamento diffuso che garantisce l’amministrazione della regione, del capoluogo e di gran parte del territorio, con esclusione del feudo scajolano dell’imperiese, prossimo alla caduta (ovviamente a sua insaputa).
Qualche spunto di riflessione, proprio sulla sinistra. Per la cosiddetta sinistra radicale, raccolta nella lista di Rivoluzione civile, le elezioni si sono risolte in un disastro: per restare a Genova, un risicato 2,2% alla Camera, un terzo dei voti che Rifondazione comunista, da sola, aveva ottenuto nel 2006. L’assemblaggio con i resti del dipietrismo non ha certo giovato, e neppure la disinvoltura nel promuovere alcune candidature. Ritengo tuttavia che l’errore più grave stia da un’altra parte. Nel concentrare cioè il messaggio più sulla critica a ciò che fanno i vicini che sulla valorizzazione della propria proposta. Quasi che l’obiettivo sia la redistribuzione dei voti piuttosto che la affermazione di uno schieramento alternativo alla destra, al quale partecipare anche a costo di dover rinunciare a qualche punto programmatico, e che conquisti il consenso convinto di quanti si rivolgono alla demagogia grillina.
Ora, intorno, ci sono solo macerie. Pensare di raccogliere qualche mattone meno danneggiato per rimettere in piedi un muricciolo mi sembrerebbe inutile e dannoso. Proviamo a ripartire dalle cose davvero prioritarie da fare, senza pregiudizi e privilegiando la fattibilità e la credibilità della proposta rispetto alla sacralità dell’ideologia e dei simboli, nonostante il valore che possono avere e il rispetto che meritano. Proviamoci, dobbiamo farlo, perché, tornando alle note di Gramsci in premessa, la fase che attraversiamo è una delle più complicate e rischiose dal dopoguerra.
 

sabato 19 gennaio 2013

RIDATECI LE TRIBUNE POLITICHE!





Alla fine ha dovuto chiedere scusa due volte per averla condotta male; sarebbe dignitoso riconoscere che è stata organizzata peggio. Mi riferisco a Leader, la trasmissione malcondotta da Lucia Annunziata, andata in onda venerdì sera su RAI 3, presentata come la grande novità che avrebbe dato, nel corso di quattro puntate, i capi delle principali liste “in pasto” ai cittadini. Primo ospite Ingroia, accompagnato da un po’ di candidati della lista Rivoluzione civile. Senza sorteggio, ovviamente, ma in base alla caratura del peso politico (vedremo la conferma nelle prossime puntate, se la direzione RAI non provvederà a sostituirla con qualcosa che abbia almeno il sapore della decenza). E subito qualcosa di strano c’è. Fra i candidati che accompagnano Ingroia c’è l’ex cinque stelle Favia (con l’accento sulla prima a, occorre precisarlo perché anche la conduttrice lo chiama Favìa, e lui giustamente la corregge, come dovrà fare anche con altri ospiti della trasmissione). Però, accenti a parte, la sua presenza giustifica il collegamento con un ampia palestra con grandi gradinate nella quale si esibisce Grillo, che mostra le sue doti di camminatori andando da una parte all’altra inseguito da una nutrita truppa di cameraman e portamicrofoni. C’entra? Forse, perché una prima accusa (o domanda) a Ingroia riguarda la possibile alleanza con il grand hotel. Giornalismo spinto, vedremo nelle prossime puntate.
Di possibili consumatori del “pasto” c’erano, al freddo, in piazza, una quindicina di operai di Pomigliano, qualche dipendente del San Filippo, un paio di giovani. Sul finire della puntata sono stati accolti in un una sala attigua e hanno potuto rivolgere un paio di domande. Prima, cioè per tre quarti di trasmissione, le domande la hanno fatte: una giornalista di Repubblica e il graziato direttore del Giornale (che naturalmente è stato protagonista di uno dei suoi soliti numeri tesi a impedire che da casa si capisse qualcosa); un rappresentante dei piccoli imprenditori trevigiani; un rappresentante di quartiere di Scampia, interessato soltanto a sapere perché un consigliere di Napoli sia stato candidato in Veneto; un sindacalista dei militari, comunque almeno contrario alle spese per armamenti, droni inclusi; un rappresentante di un’associazione di omosessuali, giustamente desideroso di sapere quale fosse l’orientamento di Ingroia sul tema dei diritti civili. Non potevano mancare due sindaci valsusini, interessati a sapere come il programma di Rivoluzione civile potesse essere contrario alla TAV avendo fra i promotori Di Pietro che la TAV la aveva approvata e sostenuta quando era ministro. La conduttrice non è stata neppure sfiorata dalla curiosità e non ha domandato ai due sindaci quale fosse semmai la loro posizione sulla TAV rispetto a quella dei molti cittadini valsusini. Anche per la circostanza che i due appartengono a due partiti schierati energicamente a favore della TAV: uno del PD e l’altro del PDL: questo, a scanso di equivoci, ha precisato di essere un galantuomo.
C’era già materia per sospettare una trasmissione condotta male e organizzata peggio. La certezza è arrivata quando sono entrati in scena i “cittadini”. Un operaio di Pomigliano ha inveito contro le critiche a Marchionne che servono solo a denigrare un’azienda che investe un miliardo (Bonanni non deve avergli spiegato che di miliardi da investire ne aveva promessi 24!). L’ospedaliero si è limitato a urlare che sono mesi che lui e sua moglie, anch’essa dipendente del San Filippo, non percepiscono stipendio, questione che è davvero difficile attribuire come colpa ad Ingroia. Che cercava di rispondere, spesso in maniera poco brillante e convincente. Alla fine hanno cercato di intervenire anche la sorella di Stefano Cucchi e la madre di Federico Aldrovandi, ma l’Annunziata ha presto interrotto entrambe con il solito artificio dei tempi stretti, quando si è resa conto che la cosa si complicava sul tema scottante delle violenze attribuibili a corpi dello Stato.
Insomma, come erano belle le Tribune politiche condotte da Jader Jacobelli e Ugo Zatterin! Belle anche perché a rispondere c’erano Togliatti, Nenni, persino Fanfani, e poi Moro, Pertini e il più grande di tutti, l’Enrico. Ecco, l’Annunziata non è certo Jacobelli e neppure Zatterin. Purtroppo anche Ingroia non assomiglia a quegli altri.
E non è certo un difetto soltanto suo. Mala tempora currunt.