Riordinando i libri negli scaffali mi è capitato fra le mani un testo di Paul Sweezy, Il presente come storia. E’ un testo del 1953, che ha avuto successive edizioni, ed è apparso in Italia nel 1962, edito dalla Einaudi, che allora non era ancora diventata di proprietà del capobanda. Nel capitolo dedicato alle élite del potere, l’autore commenta un libro di un professore della Columbia University e ne cita alcuni passi. Uno è questo: “L’idea che il milionario non incontri altro che noia e vuoto al vertice della società, che i ricchi non sappiano che farsi del loro danaro, che la gente cui arride il successo s’inzeppi di futilità, che siano tanto ricchi quanto tapini; insomma l’idea del ricco sconsolato è sostanzialmente un’illusione con la quale i non ricchi si riconciliano con la loro condizione”. E più avanti: “i ricchi e i potenti hanno ogni interesse a creare le celebrità, in parte perché costituiscono un buon affare, e in parte per distrarre l’attenzione della popolazione subalterna da cose più serie”.
C’è poco da aggiungere, con riferimento a quanto è successo da noi e continua a succedere con modalità sempre più gravi.
Sweezy cambia “élite del potere” in “classe dominante”. Ma oggi anche questa terminologia appare inadeguata. E non perché non esista un dominio di classe sempre più accentuato (se non fosse così non si capirebbe l’arroganza di Marchionne), ma perché il termine “classe” è troppo elogiativo nei confronti di questo ciarpame. Bastava osservare un servizio trasmesso dal TG3. B, consuetudine sempre più frequente in questi giorni, ha telefonato a una riunione di ex socialisti per ripetere ancora una volta le sue truci banalità. Sul palco un pezzo della sua corte: Cicchitto, Alfano, Quagliarello ed altri meno tristemente noti: facce ammuffite, speculari a quelle di una platea di ridotte proporzioni (e ciononostante con molte poltroncine vuote), età media elevata (d’altra parte era un convegno di ex), applausi di circostanza. Una pena, se non prevalesse il disgusto.


Giuliano Giuliani
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